Gioco d’azzardo e povertà: nei quartieri fragili il rischio cresce oltre il doppio

Gli studi internazionali mostrano il legame tra svantaggio sociale, difficoltà emotive e maggiore esposizione al gioco problematico

gioco d'azzardo

Il gioco d’azzardo non è soltanto una scelta individuale legata al tempo libero o all’intrattenimento. Le ricerche scientifiche degli ultimi anni mostrano come il fenomeno sia influenzato anche dal contesto sociale, economico e familiare in cui una persona vive.

A evidenziarlo è una rassegna di 13 studi internazionali analizzati da Loqui per il progetto “Oltre il Gioco”, che approfondisce i meccanismi capaci di favorire lo sviluppo di comportamenti di gioco problematici. Tra gli elementi più ricorrenti emergono la povertà, la fragilità emotiva, la solitudine e il ruolo dell’ambiente familiare durante l’infanzia.

Nei quartieri caratterizzati da un elevato svantaggio economico e sociale, la percentuale di persone con problemi legati al gioco arriva all’11,1%, contro il 5,1% registrato nelle aree più favorevoli.

A Bergamo oltre 2,6 miliardi giocati nel 2025

Il fenomeno assume dimensioni rilevanti anche sul territorio bergamasco. Nel 2025, secondo i dati riportati nell’analisi, nella provincia di Bergamo sono stati giocati 2 miliardi e 667 milioni di euro.

Una cifra che rappresenta il volume complessivo delle giocate e che non coincide automaticamente con situazioni di dipendenza. Tuttavia, il dato permette di comprendere la diffusione del fenomeno e l’importanza di analizzare le condizioni in cui il gioco si inserisce nella vita delle persone.

Le ricerche evidenziano infatti che il gioco problematico non si distribuisce in modo uniforme. Le difficoltà economiche e sociali possono aumentare la vulnerabilità quando si combinano con altri fattori personali e relazionali.

Lo svantaggio economico può amplificare le fragilità

La povertà non riguarda esclusivamente la disponibilità di denaro, ma anche la possibilità di affrontare problemi e imprevisti. Una condizione di difficoltà economica può ridurre le alternative percepite e rendere più attraente la promessa, spesso illusoria, di un cambiamento rapido attraverso una vincita.

Secondo gli studi analizzati, il contesto sociale può influenzare il rapporto tra disagio psicologico e gioco. Una ricerca condotta su oltre 28 mila adulti canadesi ha evidenziato che il legame tra ansia e gravità del comportamento di gioco tende a essere più forte quando alla difficoltà emotiva si aggiunge una situazione economica svantaggiata.

Questo non significa che la povertà determini automaticamente un problema di gioco, ma indica che le condizioni di fragilità possono interagire tra loro aumentando i fattori di rischio.

Il ruolo della famiglia e l’apprendimento durante l’infanzia

Un altro aspetto analizzato riguarda l’influenza dell’ambiente familiare. Il modo in cui bambini e adolescenti osservano il gioco degli adulti può contribuire alla costruzione della percezione di ciò che viene considerato normale.

La teoria dell’apprendimento sociale spiega infatti che i comportamenti osservati nelle persone vicine possono diventare modelli di riferimento.

Uno degli studi esaminati, condotto su quasi 500 ragazzi tra i 9 e i 14 anni, ha rilevato che tra i giovani che giocavano con regolarità l’86% lo faceva insieme a un familiare e il 40% direttamente con un genitore.

Il dato non indica che il comportamento di un adulto determini automaticamente conseguenze negative nei figli, ma evidenzia il peso del contesto nel definire il rapporto con il gioco.

Quando il gioco diventa uno strumento per affrontare il disagio

Le ricerche sottolineano anche il ruolo delle emozioni nella nascita e nel mantenimento del gioco problematico. Il modello dei tre percorsi elaborato da Alex Blaszczynski e Lia Nower individua, tra gli altri, un profilo definito “emotivamente vulnerabile”, nel quale il gioco può essere utilizzato per gestire ansia, stress o sofferenza psicologica.

In alcuni casi, quindi, la ricerca della vincita può non essere l’unico elemento centrale. Il gioco può diventare un modo per allontanarsi temporaneamente da emozioni difficili o da una situazione percepita come pesante.

Una delle ricerche considerate nella rassegna indica che la motivazione legata alla fuga o al bisogno di sollievo può spiegare una parte significativa della gravità del comportamento problematico.

Solitudine e isolamento tra i fattori di rischio

Anche la solitudine emerge come elemento rilevante. Uno studio finlandese pubblicato nel 2025, che ha seguito oltre 600 persone per due anni, ha evidenziato un possibile collegamento tra isolamento sociale, gioco utilizzato come fuga e aumento della gravità del problema.

Il meccanismo può generare un circolo difficile da interrompere: una persona può rivolgersi al gioco per attenuare il senso di solitudine, ma il tempo e le risorse dedicate al gioco possono contribuire a un ulteriore allontanamento dalle relazioni sociali.

Le esperienze infantili possono incidere sulla vulnerabilità futura

La rassegna analizzata da Loqui prende in considerazione anche il peso delle esperienze vissute durante l’infanzia. Secondo alcuni studi, chi ha affrontato tre o più esperienze infantili avverse presenta una probabilità superiore di sviluppare un disturbo da gioco rispetto a chi non ha vissuto situazioni simili.

Gli esperti sottolineano però che questi elementi non rappresentano un destino inevitabile. Si tratta di fattori che possono aumentare la vulnerabilità e che devono essere letti all’interno di un quadro più ampio.

Comprendere perché una persona arriva a giocare in modo problematico significa quindi considerare non solo il comportamento finale, ma anche le condizioni economiche, emotive e sociali che lo precedono.

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