L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo della criminalità informatica, rendendo gli attacchi più rapidi, sofisticati e accessibili anche a persone prive di competenze tecniche avanzate. Eppure, mentre le minacce digitali continuano a evolversi, l’83% delle imprese italiane non dispone nemmeno di una copia di sicurezza dei propri dati. Un dato allarmante, attribuito alla Polizia di Stato e richiamato da Confartigianato ICT, che evidenzia le difficoltà del sistema produttivo nazionale nell’affrontare i rischi legati alla cybersecurity. Un tema rilanciato da L’Eco di Begamo.
Il tema è stato al centro di «No Hat», la conferenza internazionale dedicata agli hacker etici e alla sicurezza informatica, organizzata dall’associazione Berghem-in-the-Middle (Bitm) al Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo. L’ottava edizione dell’evento ha registrato il tutto esaurito, con 900 partecipanti provenienti da 22 Paesi, confermando il crescente interesse verso le nuove frontiere della protezione digitale e le conseguenze dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Aziende italiane impreparate, l’allarme sui dati senza protezione
A richiamare l’attenzione sulle vulnerabilità delle imprese è stato Fabrizio Peresson, presidente di Confartigianato ICT, che ha evidenziato la distanza tra l’evoluzione delle minacce informatiche e le misure di sicurezza adottate dalle aziende. Il problema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, spesso prive di strumenti adeguati per prevenire la perdita di informazioni e garantire la continuità delle attività in caso di attacco.
«Cinque aziende su sei non fanno il backup dei loro dati. Se mancano le basi, come possiamo difenderci dagli attacchi cyber potenziati dall’IA?».
La situazione presenta ulteriori criticità anche tra le organizzazioni che effettuano regolarmente copie di sicurezza. Disporre di un backup, infatti, non garantisce automaticamente la possibilità di recuperare i dati, soprattutto quando non vengono eseguite verifiche periodiche sull’effettiva funzionalità dei sistemi di ripristino. Peresson ha sottolineato come la scarsa consapevolezza rappresenti ancora uno degli ostacoli principali alla diffusione di una cultura della prevenzione informatica.
Intelligenza artificiale, gli hacker scoprono le falle cento volte più velocemente
A cambiare radicalmente lo scenario è l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale capaci di individuare autonomamente vulnerabilità nei programmi informatici. Una trasformazione illustrata durante la conferenza da Chris Wysopal, fondatore della società di sicurezza Veracode ed ex componente del collettivo hacker L0pht, noto per aver denunciato già nel 1998 importanti debolezze nei sistemi informatici del governo statunitense.
«Negli anni Novanta solo poche centinaia di persone al mondo sapevano scoprire certi difetti. Oggi, con l’IA, abbiamo tutti una squadra di ricercatori che non dorme mai», spiega Wysopal, che avverte che l’intelligenza artificiale agentica può cercare autonomamente falle e «bug» all’interno dei programmi, ripetendo i tentativi senza sosta: «La ricerca tramite l’IA è fino a cento volte più rapida di quella effettuata a mano dagli esseri umani».
Questo fenomeno viene definito «Vulnpocalypse», un termine utilizzato per descrivere la rapida crescita delle vulnerabilità informatiche individuabili attraverso agenti autonomi di intelligenza artificiale. Gli strumenti possono analizzare grandi quantità di codice, ripetere continuamente i controlli e identificare punti deboli con una velocità difficilmente raggiungibile attraverso le tradizionali attività di verifica manuale.
Codici generati dall’IA, quasi la metà presenta problemi di sicurezza
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella programmazione non offre necessariamente maggiori garanzie di protezione. Secondo un test condotto da Veracode, soltanto il 56% del codice generato attraverso sistemi di IA è risultato sicuro, mentre il restante 44% presentava vulnerabilità. Un risultato che evidenzia i limiti dell’automazione quando viene impiegata senza adeguate procedure di controllo e verifica.
Un’ulteriore ricerca realizzata dal gestore di password 1Password ha mostrato che solo nel 26% dei casi l’intelligenza artificiale riesce a correggere vulnerabilità senza introdurre nuovi problemi nel codice. La capacità di individuare rapidamente le falle, quindi, non coincide necessariamente con quella di risolverle in maniera affidabile, creando uno squilibrio tra le possibilità degli aggressori e quelle di chi deve proteggere i sistemi.
A complicare ulteriormente lo scenario contribuisce la diffusione di chatbot e agenti intelligenti che possono abbassare le barriere tecniche necessarie per organizzare attività informatiche malevole. Strumenti un tempo accessibili prevalentemente a esperti possono oggi essere utilizzati anche da soggetti con conoscenze limitate, ampliando potenzialmente il numero degli aggressori e aumentando l’esposizione delle imprese.
Cybersecurity nelle piccole imprese, la sicurezza diventa indispensabile
La protezione informatica non riguarda più esclusivamente grandi aziende, istituti finanziari o organizzazioni tecnologiche. Anche artigiani, officine, imprese manifatturiere e piccole attività commerciali gestiscono informazioni che possono diventare bersaglio di attacchi, dai dati dei clienti ai documenti amministrativi, fino ai processi produttivi e ai rapporti con i fornitori.
Durante un incontro dedicato alla sicurezza aziendale, Francesca Nava di Confartigianato ICT ha richiamato l’attenzione sulla necessità di considerare la cybersecurity una componente essenziale della gestione d’impresa, al pari delle altre misure previste per tutelare persone, strutture e attività produttive.
«Oggi anche una piccola officina metalmeccanica di Bergamo deve imparare a proteggersi. La cybersicurezza è importante quanto l’antincendio», spiega Francesca Nava di Confartigianato ICT durante un incontro dedicato alla sicurezza informatica nelle imprese: «Per essere veramente protetti occorre censire i processi, gli accessi e i fornitori. Non basta proteggere i propri server, perché una porta lasciata aperta anni prima da un fornitore può essere spalancata da un hacker».
Nuove regole europee, la sicurezza coinvolge anche i fornitori
La necessità di rafforzare le difese digitali è legata anche all’evoluzione della normativa europea. La direttiva Nis2 amplia gli obblighi di gestione del rischio informatico per numerose organizzazioni, introducendo requisiti che interessano anche la sicurezza delle catene di fornitura. Le aziende coinvolte devono quindi valutare non soltanto le proprie infrastrutture, ma anche i potenziali rischi derivanti dai rapporti con soggetti esterni.
Per le piccole e medie imprese, l’adeguamento agli standard richiesti può diventare anche un fattore competitivo. Le grandi organizzazioni tendono infatti a richiedere garanzie sempre più rigorose ai propri fornitori, rendendo la protezione dei dati un elemento rilevante nella selezione dei partner commerciali e nell’accesso a nuove opportunità di mercato.
Un ulteriore passaggio normativo è rappresentato dal Cyber Resilience Act, il regolamento europeo che introduce requisiti di sicurezza per i prodotti con elementi digitali. La piena applicazione delle principali disposizioni è prevista dal dicembre 2027, mentre gli obblighi di segnalazione relativi a vulnerabilità attivamente sfruttate e incidenti gravi entreranno in applicazione dall’11 settembre 2026, secondo le condizioni previste dal regolamento.
Dati aziendali e intelligenza artificiale, il rischio delle informazioni condivise
Accanto agli attacchi informatici emerge un’altra questione particolarmente delicata: la gestione delle informazioni riservate inserite nelle piattaforme di intelligenza artificiale. L’utilizzo di strumenti esterni per analizzare documenti, ottimizzare processi o sviluppare prodotti può comportare rischi quando le imprese non conoscono le modalità di trattamento e conservazione dei dati condivisi.
Peresson ha richiamato il caso di un’azienda alimentare italiana che utilizzava un sistema di intelligenza artificiale cinese per perfezionare le proprie ricette, senza aver valutato adeguatamente le possibili conseguenze sulla riservatezza delle informazioni produttive. Un esempio che pone l’attenzione sulla necessità di verificare le condizioni di utilizzo delle piattaforme prima di condividere contenuti strategici.
Il quadro emerso dalla conferenza di Bergamo evidenzia dunque una doppia sfida per il sistema produttivo: rafforzare le misure fondamentali di sicurezza informatica e governare l’impiego dell’intelligenza artificiale. In un contesto nel quale gli strumenti di attacco diventano sempre più sofisticati, la protezione dei dati, il controllo degli accessi e la verifica dei fornitori assumono un ruolo centrale nella continuità operativa delle aziende.
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