Un confronto acceso accompagna il percorso verso il referendum dell’8 e 9 giugno, quando gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi su cinque quesiti abrogativi, di cui quattro riguardano il lavoro e uno la cittadinanza. A promuovere l’iniziativa è la Cgil, che ha raccolto oltre 4 milioni di firme, ma la proposta incontra la ferma opposizione del mondo imprenditoriale, in particolare di Confindustria Bergamo.
Le proposte referendarie
I quesiti referendari vogliono cancellare parti significative della legislazione sul lavoro. Il primo riguarda il contratto a tutele crescenti del Jobs Act, chiedendo il ripristino del reintegro automatico per i licenziamenti illegittimi, eliminando la disparità di trattamento legata alla data di assunzione. Il secondo mira a rimuovere il tetto massimo di sei mensilità per l’indennizzo dei licenziamenti ingiusti nelle piccole imprese, lasciando la determinazione al giudice. Il terzo reintroduce l’obbligo di motivazione per i contratti a termine inferiori a un anno, oggi liberalizzati, per limitare il ricorso improprio alla precarietà.
La Cgil difende il “sì” come scelta di civiltà e giustizia sociale. Paola Redondi, segretaria della Camera del Lavoro di Bergamo, sottolinea come le modifiche proposte mirino a garantire diritti reali, arginare la precarietà e offrire più stabilità e prospettive ai lavoratori. Il ritorno all’obbligo di causale nei contratti a termine, ad esempio, viene visto come uno strumento per contenere l’abuso di rapporti lavorativi temporanei anche in ambiti dove esistono esigenze continuative.
La posizione delle imprese
Confindustria e i rappresentanti del settore produttivo locale si schierano apertamente contro, pur evitando di dare indicazioni di voto. Secondo Agostino Piccinali, presidente del Gruppo Meccatronici, i quesiti sono «inutili se non dannosi»: il Jobs Act, a suo avviso, non ha incrementato la precarietà, e abolirlo significherebbe tornare a una normativa più penalizzante per i lavoratori stessi.
Anche Paolo Rota, vicepresidente di Confindustria Bergamo, respinge le motivazioni alla base dei referendum. A suo dire, il vero nodo non è il reintegro o l’indennizzo, ma la mancanza di personale qualificato e la necessità di investire nella formazione. A livello locale, aggiunge, c’è un sistema concertativo efficace tra sindacati e imprese che ha spesso portato a soluzioni condivise e alla ricollocazione dei lavoratori nei casi di crisi aziendali.
Entrambi i rappresentanti industriali denunciano l’eccessiva politicizzazione del tema e vedono nell’attuale clima nazionale un ostacolo al dialogo e alla reale attuazione di strumenti come il “patto di fabbrica”, che punta a una buona contrattazione collettiva riconosciuta su base nazionale.