Un detenuto pachistano di 32 anni ha perso la vita a seguito di un gesto estremo compiuto a metà giugno nel carcere di via Gleno, a Bergamo. L’uomo è deceduto dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale, nonostante gli sforzi tempestivi per tentare di salvargli la vita. Un episodio che getta nuova luce sulle condizioni di disagio psichico e sociale che affliggono le carceri italiane, con la struttura bergamasca tra le più critiche a livello nazionale.
«Siamo profondamente dispiaciuti», ha dichiarato Antonina D’Onofrio, direttrice della casa circondariale. «Il detenuto era in cella con un compagno, proprio come misura preventiva contro atti autolesionistici. Sette minuti prima del gesto era stato visto da un agente di sezione. È stato fatto tutto il possibile per salvargli la vita».
Il caso è riportato nella relazione del Garante nazionale dei detenuti, che evidenzia una situazione complessa all’interno della struttura di via Gleno. Da inizio anno, sono stati registrati quattro tentativi di suicidio, 15 casi di autolesionismo e 55 manifestazioni di protesta individuale, tra cui scioperi della fame e della sete. Dati che raccontano di un malessere diffuso, alimentato da condizioni strutturali e organizzative sempre più precarie.
Al 7 luglio, i detenuti presenti erano 587 a fronte di 319 posti regolamentari, con un tasso di sovraffollamento pari al 184%, tra i più alti del Paese. Una situazione critica e stabile nel tempo, che rende estremamente difficile individuare e intercettare i segnali di disagio psichico e comportamentale, soprattutto nelle fasi iniziali.
I cappellani della struttura parlano apertamente di un’emergenza strutturale. Le loro parole sono un grido d’allarme rivolto alle istituzioni: «Il sovraffollamento, la mancanza cronica di personale e le condizioni operative rendono complicato intervenire in tempo o offrire un ascolto adeguato. Serve un cambio di passo, con interventi urgenti e strutturali che mettano al centro la dignità della persona e la salute mentale».
L’episodio di via Gleno non è purtroppo isolato, ma si inserisce in un quadro nazionale in cui il carcere è spesso l’ultima tappa di un percorso di marginalità e fragilità psicosociale, su cui gli strumenti di prevenzione e supporto risultano oggi insufficienti.