È iniziato al Tribunale di Bergamo il processo a carico di 23 persone, coinvolte in una presunta rete criminale legata alla ‘ndrangheta e attiva nel settore del trasporto dell’ortofrutta. Le indagini, condotte dalla Direzione distrettuale antimafia, si sono sviluppate a partire dal rogo di alcuni camion a Seriate nel 2015, evento che ha acceso i riflettori su una complessa faida per il controllo delle commesse in provincia.
Il procedimento si svolge davanti al collegio presieduto dalla giudice Sara De Magistris, affiancata da Alberto Longobardi e Michela Loletto, e vede tra i reati contestati associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, false fatturazioni e riciclaggio. Al centro delle accuse, la presunta influenza della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, con l’aggravante, in alcuni episodi, di aver agito per agevolarne l’attività sul territorio.
Secondo l’impianto accusatorio, l’organizzazione avrebbe utilizzato intimidazioni e minacce per imporre la propria egemonia sul mercato del trasporto ortofrutticolo in Bergamasca, costringendo aziende concorrenti a rinunciare a clienti e commesse. L’episodio chiave sarebbe avvenuto tra il 2018 e il 2019, quando Antonio Settembrini, titolare della PPB, e la moglie Francesca Puglisi avrebbero chiesto l’intervento di soggetti legati al clan Arena per “convincere” Giuseppe Papaleo, titolare della ditta concorrente Mabero, a cedere alcuni trasporti e ad accettare un patto di spartizione del mercato.
Papaleo, in questo procedimento parte civile, è stato minacciato in più occasioni con toni esplicitamente mafiosi, secondo la ricostruzione della procura. In uno degli incontri, uno degli emissari si sarebbe presentato come rappresentante della Wintertransport e socio occulto della PPB, dichiarando: «Da oggi i camion sono miei. Se ti permetti di bruciare un camion, ti brucio a te, i camion e tutta la razza». Un chiaro messaggio intimidatorio per costringere l’imprenditore a sottostare agli accordi imposti.
Il processo rappresenta lo sviluppo di un’indagine più ampia, il cui filone principale ha già visto condanne definitive: lo stesso Settembrini è stato condannato a due anni e otto mesi, mentre Papaleo, nel procedimento originario, è stato riconosciuto mandante del rogo dei camion della PPB e ha ricevuto otto anni di reclusione. Ora, però, la posizione di Papaleo si è ribaltata: da imputato a parte lesa, chiamato a testimoniare come vittima delle pressioni mafiose subite dopo i fatti del 2015.
Nel corso del processo tutti gli imputati avranno la possibilità di esporre la propria versione, ma la mole degli atti – oltre 70 pagine di rinvio a giudizio – e la gravità delle accuse lasciano presagire un procedimento lungo e articolato. In discussione, oltre alla responsabilità individuale degli imputati, anche la presenza e l’influenza della criminalità organizzata nel tessuto economico del Nord, in particolare attraverso settori cruciali e logisticamente strategici come quello dei trasporti.