UniBg porta l’università in carcere: “Lo studio mi ha restituito dignità e futuro”

Dal 2022 il Polo universitario penitenziario coinvolge 13 studenti detenuti. La storia di Luca: “Dopo il primo esame ho rivisto la luce”

Lo studio come forma di riscatto, come strumento per rivedere la luce dopo il buio del carcere. È il cuore pulsante del Polo universitario penitenziario dell’Università di Bergamo, attivo dal 2022 e già riferimento per 13 studenti reclusi, distribuiti tra via Gleno, Reggio Emilia e Cremona. Una rete di supporto pensata per offrire opportunità concrete a chi sta scontando una pena, ma non rinuncia alla possibilità di ricostruirsi un futuro attraverso l’istruzione.

A raccontare il significato profondo di questo progetto è Luca (nome di fantasia), 52 anni, entrato nel carcere di via Gleno nel maggio 2023. Dopo settimane di spaesamento, la svolta arriva con il primo esame di Diritto costituzionale: “Mi ha permesso di rivedere la luce”, ricorda oggi. Da lì, un percorso di studi serio e disciplinato, fino all’ottenimento di una misura alternativa grazie alla brillante carriera accademica.

Un ateneo oltre le mura

Guidato dalla professoressa Anna Lorenzetti, docente di Diritto costituzionale e delegata del rettore al progetto, il Polo offre esoneri dalle tasse universitarie, prestiti agevolati di libri, sessioni d’esame flessibili e un’assistenza costante, anche in assenza di lezioni in presenza. “In pochi anni – spiega Lorenzetti – c’è stata una crescita importante. Ma il numero resta contenuto: servono risorse e sensibilità per gestire un progetto simile”.

“Studiare in cella è una guerra con la tua testa”

Iscrittosi alla laurea triennale in Diritto per l’impresa nazionale e internazionale, Luca ha iniziato a sostenere un esame ogni mese e mezzo. Il primo obiettivo era dare al figlio un’immagine diversa del padre, un modo per “toccare con mano” ciò che faceva dietro le sbarre. “Studiare in carcere è difficile – racconta –. Servono disciplina, organizzazione e forza mentale. È una battaglia quotidiana con sé stessi, ma è anche l’unico modo per dare un senso al tempo della detenzione”.

Nel frattempo, Luca lavora come bibliotecario in carcere, e il suo impegno accende curiosità tra i compagni di detenzione. “Il giorno dell’esame era una festa. Gli altri iniziavano a chiedere come fare per iscriversi. È stata forse l’emozione più grande”.

Un esempio che trascina

La forza dell’esempio ha avuto un impatto immediato: cinque nuovi iscritti sono già pronti per il prossimo anno accademico. L’università ha tenuto un open day direttamente nel carcere di via Gleno, per raccontare cosa significhi restituire valore al tempo e alla persona. “Anche in prigione ero una matricola come le altre. Non ho mai percepito discriminazione”, sottolinea Luca, oggi regolarmente iscritto al terzo anno, con l’obiettivo di laurearsi tra estate e autunno 2026.

Il diritto di guardare oltre

“La vicenda di Luca – conclude Lorenzetti – incarna l’articolo 27 della Costituzione: la pena deve tendere alla rieducazione. Non si va in carcere per essere puniti. Il suo percorso lo spiega meglio di qualsiasi manuale”. Per Luca, e per chi come lui ha deciso di ricominciare, lo studio è stato uno strumento per recuperare dignità, identità e una possibilità concreta di reinserimento.

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