L’overtourism non risparmia le montagne bergamasche, dove sempre più spesso si registrano code sui sentieri, parcheggi esauriti e rifugi sovraffollati. Un fenomeno esploso dopo la pandemia e alimentato dalla visibilità che alcune mete montane ricevono sui social, che ne fanno delle vere e proprie “destinazioni virali”.
Il presidente del Cai di Bergamo, Dario Nisoli, sottolinea come la tendenza a seguire percorsi già battuti stia creando un impatto evidente: “Tutti vogliono andare negli stessi posti, nello stesso modo e nello stesso momento”, osserva a Bergamonews. Il risultato? Sentieri congestionati e problemi logistici nei piccoli paesi montani, nati per ospitare residenti e non flussi turistici massivi.
Un caso emblematico è quello della Val Vertova, dove dal 2019 è stato introdotto un sistema di accesso regolamentato con prenotazione obbligatoria, navetta dedicata e divieto di transito in caso di allerta meteo. Misure necessarie per tutelare un’oasi naturale presa d’assalto, ma che non risolvono del tutto il problema: molti visitatori, infatti, la considerano solo un punto di passaggio verso altre mete.
Il tema è diventato di attualità nazionale anche a seguito della provocatoria decisione dei proprietari di un sentiero in Trentino, dove è stato installato un tornello a pagamento per accedere al Seceda, nel cuore delle Dolomiti. Una mossa controversa, che ha acceso il dibattito sulla regolamentazione degli accessi in montagna.
Secondo Nisoli, la soluzione non passa solo attraverso limitazioni o barriere fisiche, ma da una maggiore consapevolezza e diversificazione: “Esistono alternative meno frequentate per raggiungere gli stessi rifugi, spesso con panorami altrettanto belli e maggiore tranquillità. Serve solo un po’ di voglia di pianificare e uscire dagli schemi”.
Esempi pratici non mancano: il rifugio Laghi Gemelli può essere raggiunto non solo da Carona, ma anche da Valcanale; il Curò non è accessibile solo da Valbondione, ma anche da Lizzola; e il rifugio Albani può essere raggiunto partendo da Teveno invece che da Colere. Varianti che offrono esperienze diverse e meno affollate, riducendo la pressione sui percorsi più popolari.
Il Cai promuove anche una maggiore educazione ambientale. In passato sono stati installati cartelli per sensibilizzare gli escursionisti a non abbandonare i rifiuti. Ma si è dovuto correggere persino il messaggio: dal classico “Porta a valle i rifiuti” si è passati al più diretto “Porta a casa i rifiuti”, per evitare che la spazzatura si accumulasse nei parcheggi dei piccoli comuni.
Non mancano, inoltre, segnalazioni di comportamenti inadeguati nei rifugi, dove alcuni turisti pretendono servizi da ristorante o albergo, dimenticando che si tratta di strutture spartane, legate alla tradizione escursionistica. “Serve più spirito di adattamento”, ricorda Nisoli, citando richieste come prosciutto e melone a 2.000 metri d’altezza o lamentele per camere condivise.
L’appello del Cai è quindi chiaro: variare i percorsi, pianificare meglio e rispettare l’ambiente, per preservare il fragile equilibrio delle montagne e garantire un’esperienza autentica anche alle future generazioni. La rete sentieristica delle Orobie offre oltre 3.000 chilometri di tracciati, molti dei quali poco conosciuti ma ricchi di fascino, e consultabili anche tramite il GeoPortale del Cai Bergamo.