Le malattie che preoccupano la sanità pubblica
Negli ultimi anni in Italia si registra un forte incremento di emergenze veterinarie come Peste Suina Africana (PSA), Blue Tongue, Malattia Emorragica Epizootica (EHD) e Dermatite Nodulare Contagiosa (LSD). A queste si aggiunge il rischio del ritorno della rabbia silvestre, con conseguenze potenzialmente drammatiche per animali e persone.
Secondo Gian Carlo Bosio, veterinario bergamasco, tali minacce sono legate al proliferare incontrollato della fauna selvatica, in particolare cinghiali, cervidi, lupi e volpi, che diventano veri e propri serbatoi epidemiologici.
La denuncia del veterinario
Bosio, sulle pagine di tutelarurale.org, va al nocciolo della questione senza giri di parole.
«La gestione passiva della fauna da parte delle istituzioni competenti si rivela non solo inefficace, ma potenzialmente disastrosa. L’Italia si presenta oggi come un vero e proprio “allevamento a cielo aperto” di cinghiali, caprioli e altre specie, con densità inaccettabili e fuori controllo. In questo scenario, il disinteresse della sanità pubblica veterinaria nei confronti della gestione faunistica rappresenta una grave lacuna istituzionale».
I punti chiave del documento
Nella sua relazione, Bosio espone un’analisi strutturata in più passaggi.
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Introduzione – Negli ultimi anni l’Italia affronta emergenze sanitarie legate a zoonosi e malattie trasmissibili dalla fauna selvatica agli animali da allevamento e all’uomo. Manca però una visione preventiva e una gestione efficace delle popolazioni selvatiche.
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La fauna selvatica come serbatoio epidemiologico – Cinghiali, cervidi, lupi e volpi rappresentano un serbatoio costante di patogeni. La diffusione della PSA attraverso i cinghiali è l’esempio più evidente. Lo stesso meccanismo riguarda patologie come Blue Tongue, EHD e LSD, in cui gli animali selvatici agiscono da amplificatori silenziosi.
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Il fallimento dell’approccio attuale – La sanità pubblica veterinaria, pur riconoscendo i rischi, si disinteressa della gestione diretta della fauna, lasciando il compito a enti come ISPRA, giudicati inadeguati. Secondo Bosio, le indicazioni fornite durante la gestione della PSA sono state «deboli, fuorvianti e talvolta ostacolanti», rallentando l’adozione di misure preventive.
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Un Paese trasformato in un allevamento di ungulati – L’Italia ospita oggi circa 2 milioni di cinghiali e oltre 5.000 lupi. Una situazione che Bosio definisce insostenibile dal punto di vista sanitario, ecologico ed economico.
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La minaccia della rabbia silvestre – La ricomparsa della malattia in Europa orientale e centrale mette l’Italia a rischio, soprattutto a causa della crescita incontrollata di volpi e canidi selvatici, senza un adeguato piano di prevenzione.
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Verso un nuovo paradigma – Bosio sottolinea la necessità di integrare sanità pubblica e gestione faunistica, individuando alcune azioni prioritarie.
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«Una revisione normativa che assegni alla sanità pubblica un ruolo primario nella pianificazione e nel controllo delle popolazioni selvatiche»;
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«Un approccio integrato One Health che includa fauna, animali domestici e salute umana in un unico sistema di sorveglianza e intervento»;
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«La definizione di obiettivi di densità faunistica sostenibili, con abbattimenti selettivi e gestione del territorio»;
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«Un superamento del ruolo esclusivo di ISPRA, coinvolgendo esperti veterinari e sanitari nelle decisioni gestionali».
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Conclusioni – Bosio avverte che senza una gestione attiva della fauna selvatica ogni piano sanitario rischia di fallire. È quindi necessario che la sanità pubblica veterinaria assuma un ruolo centrale anche nella gestione sanitaria delle specie selvatiche.
Una riflessione urgente
Il documento lancia un messaggio chiaro: il legame tra squilibrio faunistico e crisi sanitarie non può più essere ignorato. Secondo Bosio, l’Italia deve passare da un approccio passivo a un modello integrato di prevenzione, per evitare che le emergenze sanitarie diventino sempre più frequenti e ingestibili.
