Una vita in simbiosi con gli animali e la montagna
Carlo Rota, conosciuto da tutti come Carlì, classe 1933, ha dedicato l’intera esistenza all’arte del bergamino, una figura che oggi resiste soltanto nella memoria delle valli. La sua è una vita tra le mucche, come amava ricordare: “Sono nato tra le mucche e morirò tra le mucche”, una frase che non era semplice affermazione, ma identità profonda e orgogliosa. Nel suo rifugio di Fiorinello, a Locatello, accanto alla stalla in cui alleva ancora tre vacche e una decina di caprette, Carlì vive e dialoga quotidianamente con i suoi animali. È un dialogo vero, fatto di gesti antichi e silenzi comprensivi, segno tangibile di una relazione autentica tra uomo, bestie e territorio.
Una casa che profuma ancora di stracchini
La sua piccola cucina, un tempo anche casèra, è riscaldata da una stufa a legna e impregnata del profumo che un tempo si sprigionava dalla lavorazione del formaggio. Oggi, di quegli stracchini quadrati e rotondi, rimane solo una scritta incisa su un vecchio assito appeso alla trave del camino: “Strachì di Carlì”. Quello spazio è oggi luogo d’incontro e racconto, porto sicuro per amici e conoscenti che ogni giorno vanno a trovarlo. E nonostante l’età avanzata, il peso della malattia e uno sguardo stanco, Carlì conserva ancora l’energia e la fierezza del campione che fu, uomo di grande umanità, simbolo di generosità, ospitalità e dignità rurale.
Testimone di un mondo scomparso
Carlì è la personificazione di una civiltà ormai scomparsa, spazzata via dalla modernità. Una modernità fatta di allevamenti intensivi, latte pastorizzato, mini-caseifici e accordi contrattuali, che hanno sostituito la stretta di mano, un tempo unica garanzia di fiducia tra uomini. È il passaggio dalla comunità contadina alla società individualista, dal calore familiare all’isolamento nucleare. Carlì, in questa trasformazione, è rimasto una vetrina vivente del passato, talmente fuori dal tempo da sembrare quasi una figura grottesca o caricaturale agli occhi di chi non conosce il senso profondo della vita rurale. Ma non è una maschera, è una memoria incarnata, preziosa.
La memoria di un’amicizia antica
Prima di congedarsi da lui, Antonio Carminati, autore del toccante ritratto pubblicato su Socialbg, raccoglie un ultimo ricordo, che ha il sapore dell’aneddoto e della confessione. Carlì gli racconta di quando, da giovani, suo padre Cesco, sapendo che lui si recava a Recudì dal nonno Joseph per lavoro, gli raccomandò ironicamente: “Tóca mia la Pierina, neh!”. Una battuta tra amici, che oggi suona come eco di un tempo perduto, fatto di semplicità, rispetto e relazioni profonde. E così, nel gennaio 1961, Cesco sposò proprio la Pierina, e a dicembre nacque l’autore stesso di queste righe.
Un volto anche nel cinema della memoria
Carlì non è stato solo protagonista della sua vita, ma anche interprete della memoria collettiva. Nel 2020, è stato il protagonista del film “L’ultimo bergamino”, diretto da Luigi Ceccarelli e prodotto dal Centro Studi Valle Imagna, un’opera che ha voluto documentare l’ultima generazione di bergamini autentici, raccontando attraverso la sua figura un mestiere e una cultura che rischiano l’estinzione. Il film, uscito cinque anni fa, resta una delle testimonianze più significative dell’identità rurale bergamasca.
Fonte: Socialbg, articolo di Antonio Carminati