Bergamo, mercati in crisi: in dieci anni chiuso il 30% delle attività ambulanti

In provincia persi quasi 800 posti di lavoro e 700 imprese. Caffi (Anva): «Servono giovani e innovazione per salvare una risorsa vitale»

 Il commercio ambulante bergamasco sta attraversando una fase critica, segnato da un crollo del 30% delle imprese attive nell’ultimo decennio. I dati diffusi da Anva Confesercenti Bergamo parlano chiaro: da 2.340 attività nel 2014 si è passati a 1.646 nel 2024, con una perdita netta di 694 imprese e 788 posti di lavoro. La fotografia scattata alla fine del 2025 mostra un settore in affanno, tra concorrenza della grande distribuzione, difficoltà normative e un evidente mancato ricambio generazionale.

Il problema principale? Manca il turn over, spiega Antonio Caffi, presidente Anva Bergamo e membro del Consiglio di Presidenza nazionale. Solo il 5,5% delle imprese è oggi guidato da under 35, un crollo rispetto all’11,5% del 2014. Le nuove aperture sono in drastico calo: erano 133 dieci anni fa, oggi appena 29, mentre le chiusure si attestano su un ritmo costante di circa 100 l’anno. Un trend preoccupante che sta svuotando le piazze di Bergamo e provincia, dove oggi resistono circa 230 mercati, da quelli minimi a 3 banchi fino a realtà più strutturate con oltre 200 postazioni.

“Fare l’ambulante è ancora un lavoro che può dare soddisfazioni, ma va ripensato”, spiega Caffi, che sottolinea come l’associazione stia lavorando con il progetto Professione Ambulante per avvicinare i giovani a questo mestiere. Il progetto coinvolge gli studenti in un’esperienza formativa diretta nei mercati, dopo una prima parte teorica in aula: un modo per far conoscere le competenze e le opportunità imprenditoriali di un mestiere troppo spesso sottovalutato.

La crisi colpisce in modo disomogeneo i settori: soffre soprattutto l’abbigliamento, meno il comparto alimentare (“fresco”). A pesare sul sistema anche l’incertezza normativa, con la direttiva Bolkestein e i continui ritardi nei rinnovi delle concessioni, che scoraggiano investimenti e stabilità. A livello nazionale il comparto ha perso oltre 42 mila imprese dal 2014, con una riduzione del fatturato stimata in 4,5 miliardi di euro.

A Bergamo si registra però un’anomalia interessante rispetto al trend lombardo e nazionale: a calare sono state più le imprese gestite da stranieri, che sono passate dal 46% al 41% del totale, mentre gli italiani sono tornati in maggioranza, salendo al 59%. Ma l’età media resta alta, e senza un inserimento generazionale, il rischio di declino strutturale è concreto.

Per Cesare Rossi, vicedirettore di Confesercenti Bergamo e anch’egli confermato nel direttivo nazionale Anva, i mercati restano una risorsa vitale: «Servono spazi più funzionali, con servizi igienici, arredi urbani, zone food, e sinergie con i negozi di vicinato. I mercati garantiscono accesso a beni di qualità a prezzi accessibili, soprattutto nelle aree interne o disagiate», ha detto a L’Eco di Bergamo. Rossi sottolinea anche il ruolo sociale dei mercati, che possono contrastare la desertificazione commerciale e favorire la coesione nelle comunità locali, in particolare quelle più anziane.

La sfida per il futuro è chiara: innovazione, formazione e sostegno pubblico. Solo così i mercati potranno continuare a esistere non come un ricordo del passato, ma come una componente viva e moderna del tessuto economico locale.

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