L’aria di Bergamo non può ancora dirsi buona, ma i segnali di miglioramento sono concreti. È quanto emerge dalla nuova edizione di “Mal’Aria di città”, il report annuale di Legambiente dedicato alla qualità dell’aria nei capoluoghi italiani. I dati più recenti mostrano una tendenza positiva che, se confermata nei prossimi anni, potrebbe consentire alla città di raggiungere i nuovi obiettivi europei fissati per il 2030, almeno per quanto riguarda le polveri sottili PM10 e PM2.5. Più in salita, invece, il percorso legato alla riduzione dell’NO2, il biossido di azoto.
Nel 2025, anno preso come riferimento dall’analisi, Bergamo ha registrato “solo” 22 giorni di sforamento dei limiti di PM10, a fronte di una soglia massima consentita di 35 superamenti annui. Un risultato particolarmente significativo se si considera che la centralina di via Garibaldi, storicamente la più critica della città, è proprio quella che contribuisce a determinare i blocchi anti-smog. Si tratta del secondo miglior dato di sempre, preceduto soltanto dal 2023, quando gli sforamenti furono 21.
Il confronto con il passato rende ancora più evidente il cambiamento. Nel 2012 le giornate oltre i limiti erano state 98: in poco più di un decennio si è quindi registrato un calo del 77,5%, un dato che fotografa una traiettoria di lungo periodo chiaramente orientata alla riduzione dell’inquinamento.
Guardando non ai singoli sforamenti, ma alla concentrazione media annua, nel 2025 Bergamo ha fatto segnare 23 microgrammi di PM10 per metro cubo d’aria. È il terzo miglior valore tra i capoluoghi lombardi, superato soltanto da Como (22) e Sondrio (21), città che però beneficiano di condizioni climatiche e morfologiche più favorevoli, come la presenza di laghi e montagne che facilitano la dispersione degli inquinanti.
Secondo Legambiente, il miglioramento della qualità dell’aria in pianura padana è reale, ma procede a un ritmo più lento rispetto alle potenzialità offerte dall’innovazione tecnologica. L’associazione sottolinea come i progressi potrebbero essere più rapidi grazie a una maggiore diffusione di tecnologie pulite nell’industria, all’elettrificazione degli impianti di riscaldamento domestico e a una trasformazione più decisa del sistema della mobilità, con riduzione del traffico privato ed elettrificazione dei trasporti.
Un nodo particolarmente critico resta quello delle emissioni di origine agricola, in particolare l’ammoniaca. La Lombardia, spiegano gli ambientalisti, condivide una situazione di stagnazione con altre aree europee ad alta intensità agrozootecnica, come Paesi Bassi, nord della Germania, Bretagna e Irlanda, dove allevamenti intensivi e uso eccessivo di fertilizzanti generano un forte rilascio di composti azotati che peggiorano la qualità dell’aria e delle acque.
Il vero banco di prova sarà però il 2030, quando entrerà in vigore una nuova direttiva europea con parametri più stringenti. Per il PM10, la soglia media annua scenderà a 20 microgrammi per metro cubo. Bergamo, secondo le stime basate sui dati Arpa, dovrebbe ridurre i livelli attuali di circa il 13%, un obiettivo considerato realistico. Se il trend degli ultimi quindici anni sarà confermato, la città potrebbe arrivare a 19 microgrammi, centrando il target.
In Lombardia, Varese e Lecco sono già in linea con questo obiettivo, mentre entro il 2030 potrebbero aggiungersi Como, Sondrio e Bergamo. Più lontane, salvo cambi di rotta, Milano, Monza, Mantova e Pavia.
Più impegnativo il percorso per il PM2.5, particolato ancora più fine e dannoso: nel 2025 Bergamo si attestava a 16 microgrammi, ma entro il 2030 dovrà scendere a 10, con una riduzione richiesta del 36%. Sul fronte dell’NO2, il valore medio annuo era di 24 microgrammi: per rispettare il limite europeo di 20 microgrammi servirà un ulteriore taglio del 16%.
Secondo Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, la strada è chiara: “Occorre sviluppare appieno il potenziale di riduzione delle emissioni, puntando su tecnologie pulite e politiche di sostenibilità nei trasporti, ma anche affrontare le contraddizioni del sistema dell’allevamento intensivo”. In caso contrario, il rischio è duplice: sanzioni europee per l’Italia e un costo altissimo in termini di salute per i cittadini della pianura padana.