Violenza sulle donne, le associazioni: “Servono più fondi e case per ripartire”

I centri antiviolenza chiedono maggiori risorse e soluzioni abitative stabili: chi lascia un partner violento rischia spesso di scivolare nella povertà.

 Il sostegno alle donne vittime di violenza richiede strumenti sempre più articolati, ma le risorse disponibili restano limitate. Le associazioni che operano nei centri antiviolenza denunciano una crescente difficoltà nel garantire assistenza adeguata, soprattutto quando si tratta di offrire alle donne un luogo stabile da cui ricominciare.

Oliana Maccarini, presidente dell’associazione Aiuto Donna e volontaria sin dalla fondazione, sintetizza così il bisogno più urgente: «Il mio sogno è avere un cassetto pieno di chiavi da consegnare alle donne che chiedono aiuto». Un’immagine che racconta la necessità di offrire abitazioni sicure e indipendenti a chi decide di allontanarsi da una relazione violenta.

Negli ultimi 25 anni, ricorda Maccarini, la sensibilità sociale verso il tema della violenza domestica è cambiata. All’inizio le volontarie venivano spesso accusate di essere «sfasciafamiglie», perché incoraggiavano le donne a non accettare la violenza come una condizione inevitabile. Oggi il fenomeno è più riconosciuto, ma le difficoltà concrete restano numerose, soprattutto quando una donna sceglie di lasciare il proprio aggressore.

Il problema principale riguarda la perdita di stabilità economica e abitativa. Molte donne, allontanandosi dal partner violento, si trovano improvvisamente senza casa e senza risorse, una situazione che in alcuni casi le spinge a tornare nella relazione da cui erano fuggite. Spesso continuano persino a pagare il mutuo dell’abitazione in cui vive ancora il compagno.

Le case protette rappresentano una soluzione temporanea, ma non sempre sufficiente. Queste strutture offrono sicurezza immediata, ma non garantiscono la privacy e la stabilità di una casa propria, e i figli più grandi possono vivere con difficoltà la nuova situazione. Inoltre, i tempi per allontanare il partner violento dall’abitazione sono spesso lunghi, anche a causa della limitata disponibilità di braccialetti elettronici.

Sara Modora, coordinatrice del Centro antiviolenza, sottolinea al Corriere Bergamo che per contrastare davvero la violenza domestica serve superare la logica dell’emergenza. Secondo Modora, è necessario investire maggiormente in prevenzione, formazione e percorsi di autonomia per le donne, oltre a garantire più soluzioni abitative.

Anche il sistema giudiziario può rappresentare un ostacolo. Le cause civili possono durare fino a cinque anni e non sempre portano a risultati certi, soprattutto quando non esiste una condanna penale. Il numero di archiviazioni è elevato e, come evidenziato da diversi esperti del settore, i magistrati necessitano di una formazione specifica per affrontare correttamente i casi di violenza domestica.

La dimensione economica resta centrale. Molte donne temono di cadere in povertà se denunciano o abbandonano il partner, una paura che spesso diventa un deterrente. Un lavoro precario o poco retribuito può bastare a perdere il diritto al patrocinio gratuito, anche quando il mantenimento stabilito dal giudice non viene effettivamente versato dall’ex compagno.

A queste difficoltà si aggiungono i costi per le amministrazioni locali. Dopo i primi due mesi di permanenza nelle case protette, le spese vengono sostenute dai Comuni, che possono trovarsi in difficoltà soprattutto nei centri più piccoli. Il costo di una struttura può arrivare fino a 3.500 euro al mese per una donna con figli.

Per questo motivo le associazioni suggeriscono modelli alternativi. Tra le proposte c’è lo sviluppo di progetti di co-housing con la presenza di educatori, oltre a un accesso più semplice all’edilizia popolare per le donne che hanno subito maltrattamenti. Attualmente, in molti casi, l’assegnazione di un alloggio pubblico è prevista solo in presenza di figli con disabilità.

Le difficoltà riguardano anche il funzionamento quotidiano dei centri antiviolenza. I rimborsi pubblici non coprono alcune spese fondamentali, come i costi delle sedi e degli sportelli territoriali, che permettono di garantire una presenza diffusa sul territorio.

Le associazioni, come Aiuto Donna e la cooperativa Sirio, riescono a mantenere attivi i servizi soprattutto grazie al lavoro dei volontari e alle donazioni. Senza questi contributi sarebbe difficile garantire oltre 30 ore settimanali di apertura degli sportelli e un supporto continuo anche nei giorni festivi.

Nonostante l’aumento delle responsabilità e delle richieste di aiuto, i finanziamenti non sono cresciuti allo stesso ritmo. Molte realtà del settore sono costrette ad anticipare le spese e a operare con risorse limitate, spesso con stipendi contenuti e pagamenti non sempre regolari.

Per le associazioni impegnate nella lotta alla violenza di genere, il messaggio è chiaro: per aiutare davvero le donne a uscire da situazioni di abuso non basta offrire protezione immediata, ma servono strumenti concreti per costruire una nuova autonomia, a partire dalla casa e dall’indipendenza economica.

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