La sentenza e le motivazioni della corte
Oggi, 18 marzo, la Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dalla presidente Patrizia Ingrascì e con la partecipazione della giudice a latere Donatella Nava, ha emesso la sentenza riguardante l’omicidio di Mamadi Tunkara, il vigilante ucciso il 3 gennaio 2025. Safate Djiram, 28enne accusato dell’omicidio, è stato condannato a 20 anni e due mesi di carcere. La sentenza ha escluso le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, ma ha previsto l’applicazione della libertà vigilata per tre anni al termine della pena, nonché un risarcimento provvisionale di 50.000 euro a favore della famiglia della vittima.
L’uccisione di Mamadi Tunkara
Il delitto è avvenuto davanti al Carrefour di via Tiraboschi, un’area commerciale di Bergamo dove Mamadi Tunkara lavorava come vigilante. La vittima, un uomo di 45 anni, è stato colpito con 11 coltellate, alcune delle quali inflitte quando era già a terra. La brutalità dell’azione è stata sottolineata dall’accusa, che ha evidenziato anche la violenza del gesto compiuto da Djiram, che sembrava aver agito senza alcuna forma di controllo. L’imputato aveva acquistato il coltello poche ore prima del crimine, rendendo il delitto ancora più premeditato.
La teoria dell’accusa: gelosia e futili motivi
Secondo la procura, l’omicidio di Mamadi Tunkara sarebbe stato premeditato e motivato da futili motivi. Safate Djiram, geloso, sospettava che la sua ex fidanzata avesse una relazione con Tunkara. La gelosia e il sospetto di tradimento sembrano aver spinto Djiram ad agire in modo violento, con l’intento di vendicarsi per un presunto affronto. La pubblica accusa ha parlato di un’“esplosione belluina” del suo comportamento, inquadrando il delitto come un atto di rabbia incontrollata, che culmina con l’assassinio di un uomo innocente.
La difesa di Safate Djiram: un gesto di impeto
Dall’altra parte, la difesa di Safate Djiram ha cercato di ridurre la gravità del reato, contestando le aggravanti e chiedendo una pena più lieve. Secondo gli avvocati di Djiram, l’omicidio non sarebbe stato premeditato, ma sarebbe scaturito da un gesto d’impeto dopo una discussione. Nonostante le argomentazioni della difesa, la Corte ha ritenuto che le circostanze del delitto non giustificassero la concessione di una pena minore rispetto a quella inflitta.
Le conseguenze legali per Djiram: espulsione e risarcimento
Oltre alla condanna a 20 anni e due mesi di carcere, Safate Djiram dovrà affrontare anche l’espulsione dal territorio italiano al termine della sua pena. Un ulteriore aspetto della sentenza riguarda il risarcimento provvisionale di 50.000 euro, somma che verrà destinata ai familiari di Mamadi Tunkara come compensazione per il dolore e la sofferenza causati dal tragico evento. La sentenza segna un punto importante per il sistema giudiziario, ma anche un momento doloroso per la comunità bergamasca, che ha perso un membro del suo personale di sicurezza in circostanze tanto violente e incomprensibili.