Notte di orrore a Bergamo: la confessione agghiacciante del killer di Sharon Verzeni

Moussa Sangare racconta senza rimorsi il brutale omicidio avvenuto a Terno d’Isola, svelando dettagli inquietanti sulla sua trasformazione in assassino

Le dichiarazioni di Moussa Sangare, rilasciate durante l’interrogatorio di convalida, svelano una personalità disturbata e senza rimorsi. L’uomo ha confessato di aver accoltellato Sharon Verzeni, 33 anni, la notte tra il 29 e 30 luglio a Terno d’Isola. Descrivendo la sua vita quotidiana tra musica rap, droga e un’ossessione per i coltelli, Sangare ha tracciato il percorso che lo ha portato a trasformarsi in un assassino.

Nel suo racconto, Sangare ricorda le sue giornate come un susseguirsi di ozio e comportamenti disfunzionali. La musica rap e hip-hop, che definisce come il suo lavoro principale, sembra essere solo una scusa per giustificare la sua vita priva di scopo. Tra una sessione musicale e l’altra, la sua vita è segnata da una routine di consumo di droghe, brevi relazioni con prostitute e pratiche violente come il tiro al coltello. Quest’ultima attività, che Sangare praticava su una sagoma di cartone a forma umana, rivela una preoccupante inclinazione verso la violenza.

Sangare non nasconde il suo fascino per i coltelli, confessando di essere attratto dai film polizieschi e dai casi reali in cui gli assassini utilizzano armi bianche. Questa ossessione lo ha spinto, la notte del delitto, a portare con sé un coltello e a cercare una vittima. Prima di incontrare Sharon, Sangare si era già imbattuto in altri individui, ma aveva deciso di non attaccarli. Poi, quando ha visto Sharon, ha capito immediatamente che sarebbe stata lei la sua vittima.

Il racconto del delitto è agghiacciante: Sangare si avvicina a Sharon, le chiede scusa per ciò che sta per fare, e poi la accoltella ripetutamente, lasciandola agonizzante a terra. Le ultime parole della vittima, che lo chiama “codardo” e chiede il motivo di tanta violenza, sembrano non toccare minimamente l’assassino. Anzi, Sangare racconta di aver provato un senso di libertà dopo l’omicidio, senza alcun rimorso.

Dopo il delitto, l’uomo nasconde il coltello nei pressi dell’Adda, intenzionato a conservarlo come un macabro souvenir del suo crimine. Tornato a casa, non si interroga sulle condizioni di Sharon, ma su se stesso, chiedendosi perché non fosse in grado di piangere. Il giorno seguente si comporta come se nulla fosse accaduto, partecipando addirittura a una grigliata con amici.

L’interrogatorio ha fornito un quadro inquietante della mente di Sangare, un uomo che, dietro una facciata di apatia e indifferenza, nasconde una pericolosa tendenza alla violenza. Le sue parole, intrise di una freddezza disarmante, lasciano intendere che per lui, l’omicidio non è stato altro che un’esperienza da vivere, senza alcun pentimento o senso di colpa.

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