Coltelli a scuola, allarme a Bergamo: «Fenomeno in crescita, ma le radici sono sociali»

Due minorenni fermati davanti alle medie Camozzi con armi bianche. La procuratrice Tondina: «Serve più educazione, non solo repressione»

Cresce la preoccupazione per il fenomeno dei coltelli portati a scuola da studenti giovanissimi. L’ultimo episodio è avvenuto a Bergamo, davanti alla scuola media Camozzi, dove due ragazzi di 14 e 15 anni sono stati denunciati dalla Polizia dopo essere stati trovati in possesso di coltelli. L’obiettivo del loro gesto, secondo le indagini, sarebbe stato un compagno più piccolo, “colpevole” di aver segnalato un piccolo giro di spaccio tra studenti.

Una spedizione punitiva evitata grazie al senso civico di un genitore, che ha notato i due adolescenti muoversi nervosamente nei pressi dell’istituto. Avvisata la dirigente scolastica, è stata allertata la Polizia che ha rapidamente individuato e fermato i due giovani, già segnalati per comportamenti sospetti. La tempestività dell’intervento ha evitato conseguenze potenzialmente gravissime.

Sulla vicenda è intervenuta a Bergamonews Giuliana Tondina, procuratrice del tribunale dei minori di Brescia, competente anche per Bergamo: «Non si può negare che sia un fenomeno in crescita. Stiamo ricevendo sempre più segnalazioni di studenti che introducono coltelli in ambito scolastico. A volte li prendono da casa, a volte li acquistano online», ha spiegato.

Tondina invita però a non parlare semplicemente di criminalità giovanile, sottolineando che dietro questi episodi si nasconde una complessa rete di disagi sociali, culturali ed educativi. «Si assiste a un abbassamento dell’età in cui i ragazzi entrano in contatto con esperienze per cui non sono pronti, che vanno dalla sessualità alle sostanze, fino all’accesso incontrollato al mondo virtuale».

Il web e la cultura digitale, secondo la procuratrice, contribuiscono ad alimentare un’immagine distorta della forza e della giustizia: «Nel mondo virtuale vince chi appare più forte, più aggressivo, più “duro”. Questo modello finisce per influenzare anche i comportamenti nel mondo reale». E aggiunge: «La spettacolarizzazione della violenza nei media e nelle serie tv normalizza atteggiamenti devianti», mentre il cervello degli adolescenti non è ancora pronto a gestire impulsi di tale intensità.

Il quadro tracciato da Tondina è ampio e articolato. Il numero delle denunce è in lieve aumento: dalle 1.400 annue in media nel distretto giudiziario (che comprende Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova) si è passati alle 1.700 segnalazioni recenti. Ma, osserva, molte di queste riguardano casi che prima non venivano nemmeno denunciati, come litigi tra bambini.

Il vero nodo, secondo la magistrata, non è il crimine, ma la fragilità educativa e sociale. «Viviamo in una società che spinge alla performance e alla perfezione. I ragazzi che non riescono a stare al passo sviluppano senso di esclusione, e trovano rifugio in gruppi con simili fragilità, trasformando il disagio in devianza».

Per questo, secondo Tondina, la risposta non può essere solo penale: «La repressione è necessaria, ma da sola non basta. Occorre investire in educazione, formazione e inclusione, riscoprendo il valore della persona, al di là delle prestazioni e dei risultati».

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