Cinque anni di reclusione per Francesco Bertè, ex dirigente sanitario del carcere di Bergamo, un anno e dieci mesi per Antonio Ricciardelli, ex comandante della polizia penitenziaria, e richiesta di assoluzione per Pietro Zoncheddu, psichiatra del «Papa Giovanni». Sono queste le richieste della Procura di Bergamo nell’ambito del filone processuale legato alla maxi inchiesta sul carcere di via Gleno, che aveva già visto coinvolto l’ex direttore Antonio Porcino, al centro dello scandalo.
Secondo il pubblico ministero Emanuele Marchisio, il quadro emerso nel 2018 dalle indagini era «gravemente compromesso» sotto ogni profilo: etico, funzionale e legale. Un contesto in cui, ha ribadito il pm, «avveniva un po’ di tutto» e che aveva come protagonista lo stesso Porcino, «stufo di lavorare» e intenzionato ad andare in pensione senza utilizzare le ferie residue, usufruendo invece di una lunga malattia “fittizia”.
Certificati medici compiacenti
Oltre 200 giorni di assenza dal servizio: è questo il periodo in cui Porcino sarebbe stato coperto da certificazioni mediche non veritiere. A sostenerlo sono le numerose intercettazioni ambientali in cui l’ex direttore ammette di stare bene, arrivando persino a chiedere a Bertè: “Me li dici tu i sintomi che devo accusare?”. In quei mesi, Porcino sarebbe stato visto «andare in giro come una trottola», ben lontano da chi soffre di reali problemi di salute.
Per la Procura, Bertè era perfettamente consapevole della situazione: lo avrebbe aiutato a ottenere il certificato, fornendogli farmaci dalla stessa infermeria del carcere, approfittando a sua volta dell’accesso a medicinali senza prescrizione. «Era un self service», ha commentato il pm in aula, aggiungendo che anche la condotta assenteistica di Bertè era emblematica: timbrava l’ingresso e poi lasciava il carcere. In un’occasione è stato visto rientrare solo per timbrare, con il cane al seguito.
Le accuse a Ricciardelli
Per l’ex comandante Antonio Ricciardelli, ora in pensione, la Procura ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di falso, relativa alla registrazione della durata di due colloqui tra un magistrato e un familiare detenuto. Resta invece la richiesta di condanna per peculato, con la concessione delle attenuanti generiche e della tenuità del fatto, per un episodio in cui l’ex dirigente utilizzò risorse e personale del carcere per risolvere un problema privato: rimasto impantanato con l’auto mentre andava a trovare la nuora in ospedale, chiese il supporto degli agenti in servizio a via Gleno.
Zoncheddu verso l’assoluzione
Più sfumata la posizione di Pietro Zoncheddu, il medico psichiatra che aveva prodotto una seconda relazione clinica sullo stato di salute di Porcino. Secondo il pm, non ci sono elementi di prova sufficienti per stabilire con certezza un suo coinvolgimento consapevole nella falsificazione dei certificati, da qui la richiesta di assoluzione.
Il contesto: un carcere fuori controllo
Lo scenario emerso dalle indagini, secondo il pm Marchisio, descriveva un carcere fuori controllo, con un sistema di favori reciproci e gravi falle nella gestione. Porcino, già condannato in altro processo, è stato descritto come la figura dominante di questo sistema, in cui Bertè e Ricciardelli rappresentavano i principali “comprimari”.
Il tribunale deciderà nelle prossime settimane. Intanto il processo conferma ancora una volta quanto l’inchiesta sul carcere di Bergamo abbia rivelato una profonda crisi di legalità all’interno dell’istituzione penitenziaria, con responsabilità che, se accertate, rischiano di compromettere ulteriormente la fiducia dei cittadini nel sistema carcerario.
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Porcino si faceva mettere in malattia con l’aiuto di medici compiacenti mentre continuava a condurre una vita attiva: per il medico Bertè chiesti 5 anni.
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Certificati medici falsi per l’ex direttore del carcere di Bergamo: il pm chiede 5 anni per il medico Bertè. Accuse di falso e peculato. Chiesta assoluzione per Zoncheddu.
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