Dario Crippa resta in carcere nel Negev: escluso dal rimpatrio dei 26 italiani

Il 25enne bergamasco è tra i 14 attivisti ancora detenuti in Israele dopo il fermo della Flotilla. Famiglia, città e politica mobilitate per chiederne il rilascio

Detenzione prolungata nel carcere del Negev

Dario Crippa, 25 anni, figlio dell’assessore comunale di Bergamo all’infanzia-politiche giovanili-istruzione-intercultura Marzia Marchesi è ancora detenuto in Israele, nel carcere situato nel deserto del Negev. Con lui altri 14 italiani che si trovavano a bordo della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta a Gaza. I legali israeliani in contatto con l’avvocatessa italiana che segue il caso, hanno riferito che le condizioni di detenzione sono gravemente critiche: alcuni attivisti non hanno accesso all’acqua potabile, al cibo o ai farmaci necessari, mentre altri non possono lavarsi da giorni. Secondo i racconti raccolti, le forze militari israeliane avrebbero umiliato i detenuti, impedendo inoltre ogni forma di comunicazione con le famiglie. L’organizzazione Adalah, attiva nella tutela dei diritti umani, ha denunciato che i farmaci sono stati trattenuti senza fornire alternative, aggravando ulteriormente la situazione dei prigionieri.

Rimpatri avvenuti il 4 ottobre: Crippa non era tra i rientrati

Nella giornata di sabato 4 ottobre, 26 cittadini italiani hanno fatto ritorno in Italia, dopo essere atterrati a Istanbul nel pomeriggio e aver ripreso il viaggio in direzione Roma e Milano. Tuttavia, tra di loro non figurava Dario Crippa, escluso dal primo gruppo di rimpatriati. Insieme ad altri attivisti, il giovane era stato fermato mercoledì 1 ottobre dalle autorità israeliane a poche miglia dalla costa di Gaza, che hanno interrotto la navigazione della Flotilla. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che i detenuti non hanno firmato la liberatoria, un documento in cui avrebbero dovuto dichiarare un ingresso illegale in Israele, e che ciò ha comportato l’estensione della detenzione fino a 72 ore, come previsto dalla normativa locale. Tajani ha assicurato di essersi preoccupato affinché gli attivisti fossero trattati “nel modo migliore possibile”, ribadendo di non aver ricevuto segnalazioni di violenze fisiche.

Solidarietà a Bergamo e pressione politica per il rilascio

Nel quartiere Monterosso di Bergamo, dove vive la famiglia Crippa, la comunità si è stretta intorno ai genitori di Dario. Paolo Crippa, il padre, ha raccontato di aver ricevuto decine di manifestazioni di vicinanza, da parte di cittadini, commercianti, insegnanti e residenti. La solidarietà è stata tangibile anche in piazza, con un presidio organizzato proprio sabato 4 ottobre. «Il sostegno che riceviamo – ha detto – non è semplice compassione, ma una forma di comunione civile». Nel frattempo, la mobilitazione ha dato vita a numerose iniziative, tra cui una campagna di lettere e email all’ambasciata italiana, al governo e all’unità di crisi, per sollecitare l’espulsione dei 14 attivisti ancora detenuti. Secondo quanto riferito dalla famiglia, l’unità di crisi della Farnesina avrebbe comunicato che Dario “sta bene e si alimenta”, ma non sono ancora disponibili date certe sul suo rientro.

Flotilla bis in navigazione, “Futura” chiede alla Giunta una presa di posizione

Mentre in Italia cresce la pressione mediatica e istituzionale, la Flotilla bis ha ripreso la rotta: nella serata di sabato due barche partite da Otranto e otto da Catania si trovavano al largo di Creta, con l’intento di raggiungere Gaza. A Bergamo, il gruppo politico “Futura”, espressione della sinistra cittadina, ha chiesto alla Giunta guidata dalla sindaca Elena Carnevali una posizione chiara e decisa. I consiglieri comunali Laura Brevi e Aldo Lazzari hanno richiesto misure concrete, tra cui il boicottaggio di enti e aziende legati al governo israeliano, l’interruzione dei rapporti con le università israeliane, e la concessione della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti nei territori palestinesi. «Serve una presa di posizione netta, non bastano più solo i segnali simbolici», hanno dichiarato, ricordando l’impegno già assunto a maggio dal Comune per il riconoscimento dello Stato di Palestina.

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