Bergamo, nella Pa più giovani ma più precari: cresce l’occupazione, ma resta il nodo stipendi

Negli ultimi dieci anni i dipendenti pubblici nella Bergamasca sono aumentati del 12,4%. Boom di under 35, ma il precariato cresce più velocemente. Sindacati preoccupati: «Servono retribuzioni più adeguate».

Il pubblico impiego nella provincia di Bergamo è in crescita, con numeri che raccontano una trasformazione profonda nel decennio 2014-2024. Secondo i dati INPS riportati da L’Eco di Bergamo, i dipendenti pubblici bergamaschi sono passati da 41.191 a 46.291 unità, segnando un incremento del 12,4%. Ma a colpire maggiormente è il dato relativo ai giovani under 35, più che raddoppiati (+110,3%), passati da 4.252 a 8.944.

A trainare questa crescita sono stati soprattutto i comparti scuola, sanità, forze dell’ordine e ricerca, spinti anche dalle misure straordinarie adottate durante la pandemia e dai progetti legati al Pnrr. In particolare, la scuola è cresciuta del 19,1%, passando da 19.790 a 23.564 occupati. Forte anche l’incremento tra le forze dell’ordine e vigili del fuoco(+39,4%) e nell’università e ricerca (+55,1%). Più contenuto l’aumento nel servizio sanitario (+9,9%).

In controtendenza, però, gli enti locali, che vedono una flessione dell’1,6% negli organici, passando da 6.448 a 6.345 addetti. A pesare sono soprattutto la scarsa attrattività e i concorsi deserti, in particolare per le figure professionali più qualificate. A denunciarlo sono i sindacati, che puntano il dito contro stipendi non competitivi, rigidità organizzative e difficoltà a trattenere i talenti.

«Lavorare nella pubblica amministrazione non è più il lavoro della vita, ma può essere un passaggio strategico per acquisire competenze poi spendibili anche nel settore privato», osserva Maurizio Lorini, segretario generale Cisl Fp Bergamo. Un’idea condivisa anche da Giorgio Locatelli, segretario generale Fp Cgil Bergamo, che sottolinea come i giovani si concentrino in sanità, scuola e giustizia, soprattutto grazie all’Ufficio per il processo.

Nonostante la presenza crescente di giovani, l’età media resta alta: 50 anni. E non è l’unico paradosso. A fronte dell’aumento degli occupati, cresce ancora più rapidamente il precariato: i lavoratori a tempo determinato sono passati da 6.028 a 8.943 in dieci anni, con un balzo del 48,4%, a conferma che la stabilizzazione resta una sfida aperta. «Il precariato si concentra soprattutto nella scuola», segnala Pasquale Papaianni, coordinatore territoriale Uil Bergamo.

Le criticità segnalate dai sindacati riguardano anche le retribuzioni. Secondo Locatelli, la recente preintesa sul nuovo contratto nazionale (non sottoscritta dalla Cgil) prevede un aumento del 5,78%, a fronte di un’inflazione del 17% nel triennio, evidenziando il rischio concreto di un «impoverimento pianificato».

A peggiorare la situazione concorrono fattori strutturali: la dimensione ridotta dei comuni bergamaschi, spesso situati in aree montane o periferiche, limita le possibilità di garantire salari accessori competitivi rispetto a territori più urbanizzati, come l’hinterland milanese.

Infine, si segnala l’impatto di innovazioni tecnologiche e processi di esternalizzazione, che in alcuni ambiti, come le anagrafi o i servizi all’infanzia, hanno ridotto la domanda di personale diretto nella Pa.

Il quadro che emerge, dunque, è ambivalente: da un lato, un settore pubblico più giovane e dinamico; dall’altro, ancora troppo precario, con scarsa valorizzazione delle alte professionalità e stipendi giudicati insufficienti per affrontare il costo della vita, soprattutto nelle aree del Nord Italia.

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