Export bergamasco tra crescita e incertezze, l’allarme di Confindustria

Secondo Claudia Persico il commercio estero resta centrale, ma pesa un contesto geopolitico instabile e una transizione green giudicata troppo rapida

export

Export come pilastro, ma su uno scenario fragile

L’export continua a rappresentare uno degli asset fondamentali dell’economia bergamasca, ma il contesto internazionale rende il percorso sempre più complesso. È quanto emerge dall’analisi pubblicata da L’Eco di Bergamo, che riporta le valutazioni di Claudia Persico, vicepresidente di Confindustria Bergamo con delega a internazionalizzazione ed export. Secondo Persico, il 2025 ha confermato il ruolo centrale delle esportazioni, ma ha anche mostrato come queste si muovano ormai su un terreno geopolitico estremamente instabile, una condizione destinata a proseguire anche nel 2026.

I numeri del 2025 e il peso dei dazi

Nei primi nove mesi del 2025, l’export bergamasco raggiunge 15,6 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato, con una crescita complessiva del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Come ricostruito da L’Eco di Bergamo, l’andamento è però irregolare: molto positivo il primo trimestre, con un incremento superiore al 4%, seguito da un progressivo rallentamento.

Alla base di questa frenata incidono diversi fattori: le incertezze della politica commerciale degli Stati Uniti, la ridotta operatività verso mercati come Russia e Cina e un contesto globale sempre più frammentato. Le performance provinciali risultano in linea con quelle lombarde, ma inferiori alla media nazionale, che beneficia soprattutto del forte contributo del comparto farmaceutico.

Settori in difficoltà e comparti in ripresa

L’analisi settoriale evidenzia luci e ombre. L’automotive segna una contrazione del 3,4%, mentre materie plastiche e chimica di base arretrano rispettivamente del 4,3% e del 2,1%. Secondo Persico, questi comparti risentono sia della crisi dell’automotive europeo sia delle difficoltà che colpiscono l’agricoltura, in un contesto in cui le risorse pubbliche vengono sempre più orientate verso il welfare per effetto dell’invecchiamento demografico.

In controtendenza restano i macchinari, che si confermano il pilastro dell’export bergamasco con una crescita del 3%, pari a oltre 120 milioni di euro in più nei primi nove mesi del 2025. Molto positivo anche il dato degli altri mezzi di trasporto, che tornano in territorio positivo con un +20% su base annua.

Transizione green e competitività industriale

Più complessa la situazione della metalmeccanica, ancora debole sia in termini di produzione sia di export, con la meccatronica bergamasca che performa meno della media lombarda. Persico, nell’intervista rilanciata da L’Eco di Bergamo, attribuisce parte delle difficoltà a una spinta verso il “green” ritenuta troppo rapida e poco coordinata in Europa.

Questo approccio avrebbe generato incertezza, rallentando investimenti e programmazione industriale. Al contrario, Cina e Stati Uniti seguirebbero politiche più pragmatiche. Le imprese europee, pur vincolate da normative più rigide, possono però trasformare questi standard elevati in un vantaggio competitivo, in termini di qualità e durabilità dei prodotti.

Ordini in calo e previsioni prudenti per il 2026

Secondo le stime di Prometeia, il 2026 dovrebbe chiudersi con una crescita dell’export attorno al 2%, ma le imprese mostrano maggiore cautela. Persico ritiene infatti che tali previsioni possano essere ottimistiche, poiché il rallentamento degli ordini osservato oggi è destinato a produrre effetti nei prossimi mesi.

A complicare ulteriormente il quadro è la questione dei dazi, che non rappresentano più un costo prevedibile, ma una variabile in continua evoluzione, costringendo le aziende a monitorare costantemente i mercati e a rivedere le proprie strategie.

Diversificazione dei mercati e nuove opportunità

In questo scenario, la diversificazione geografica diventa cruciale. In Europa, la Germania mostra segnali di lento recupero con un +2,3%, mentre la Francia resta sostanzialmente stabile. Gli Stati Uniti, nonostante l’aumento dei dazi – in alcuni casi passati dal 3% al 15% o addirittura al 50% sull’acciaio – mantengono una crescita dell’1,1%, pur in un contesto altamente imprevedibile.

Le imprese stanno così ridisegnando le catene di fornitura, privilegiando resilienza e sicurezza rispetto alla sola efficienza dei costi. Molto rilevanti appaiono le prospettive legate all’accordo con il Mercosur: Paesi come Brasile, Argentina e Cile potrebbero azzerare dazi oggi compresi tra il 25% e il 35% sui macchinari.

Medio Oriente e Cina: segnali di ripresa

Guardando verso Est, emergono dati significativi. L’Arabia Saudita registra una crescita del 28%, trainata dai grandi investimenti infrastrutturali, mentre sorprende il rimbalzo della Cina (+23%), interpretato come un effetto delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti che spingono Pechino a rafforzare gli acquisti in Europa.

Politiche industriali e ruolo dell’Europa

Con una domanda interna in progressivo indebolimento, anche per motivi demografici, l’export diventa sempre più strategico. Secondo Persico, la capacità di esportare resta decisiva per la tenuta del sistema industriale, ma deve essere accompagnata da politiche energetiche, infrastrutturali e commerciali coerenti.

In questo quadro, non solo l’Italia, ma anche l’Unione Europea, è chiamata a un cambio di passo: serve una politica industriale più realistica, evitando di limitarsi a un mero ruolo regolatorio e di attore esterno rispetto alle dinamiche globali.

L’esperienza diretta negli Stati Uniti

Infine, l’attenzione si sposta sugli Stati Uniti, dove la strategia dei dazi è stata utilizzata per incentivare la produzione interna. L’azienda di Persico è presente da 11 anni in Michigan e da due in Minnesota, operando localmente su modifiche, manutenzione e riparazione di macchinari per lo stampaggio rotazionale.

Da questo osservatorio diretto emerge che le imprese con prodotti unici possono continuare a crescere anche in presenza di dazi, ma il settore automotive americano non mostra al momento segnali di forte ripartenza. I cicli di investimento, viene sottolineato, non reagiscono in tempi brevi, rendendo improbabile una vera svolta già nel 2026.

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