A distanza di anni dall’inizio della pandemia, Giorgio Gori torna a riflettere su quei giorni che hanno segnato profondamente Bergamo. Il ricordo del 18 marzo 2020 resta vivido, con una città “splendente ma drammaticamente vuota”, sospesa tra incertezza e paura.
In quei momenti, racconta l’ex sindaco, prevaleva un senso di smarrimento e impotenza, aggravato dalla rapidità con cui la situazione stava degenerando. La gestione dell’emergenza si muoveva tra la ricerca di dispositivi di protezione, il confronto con le istituzioni e il tentativo di comprendere un fenomeno ancora poco conosciuto.
Un’immagine più di tutte ha segnato quel periodo. I camion militari lungo via Borgo Palazzo hanno trasformato Bergamo nel simbolo globale della pandemia, attirando l’attenzione internazionale e modificando la percezione del Covid anche fuori dall’Italia.
Questo ruolo ha comportato nuove responsabilità. Essere al centro dell’attenzione mediatica ha spinto la città a raccontare la propria realtà, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica globale sulla gravità della situazione.
Nonostante la tragedia, Gori sottolinea a L’Eco di Bergamo anche la reazione collettiva. La città ha dimostrato una “tempra straordinaria”, mettendo al centro l’interesse comune, grazie al contributo di volontari, associazioni e istituzioni. Tra gli esempi più significativi, l’organizzazione dell’ospedale in Fiera e la mobilitazione di oltre mille giovani volontari.
Da quella esperienza è nata anche una visione per il futuro. L’idea di Bergamo e Brescia Capitale della Cultura è stata concepita come risposta alla crisi, con l’obiettivo di offrire una prospettiva di rilancio e speranza.
Tuttavia, guardando al presente, emergono alcune criticità. Secondo Gori, il senso di comunità sviluppato durante l’emergenza si è progressivamente attenuato, lasciando spazio a un ritorno alla normalità meno coesa.
In particolare, viene evidenziato un cambiamento nei rapporti tra territori. L’intesa tra Bergamo e Brescia, rafforzata durante l’esperienza condivisa della Capitale della Cultura, si sarebbe indebolita, interrompendo un percorso che poteva consolidarsi anche sul piano economico e infrastrutturale.
Sul fronte sanitario, l’ex sindaco riconosce alcuni progressi. Sono migliorati i sistemi di monitoraggio e la capacità di risposta alle emergenze, ma restano criticità nella medicina territoriale, soprattutto in Lombardia.
Il confronto con altri modelli evidenzia le lacune. Un’organizzazione più diffusa sul territorio, come quella adottata in Veneto, avrebbe potuto ridurre l’impatto della pandemia, evitando il sovraccarico degli ospedali.
Infine, uno sguardo al futuro passa anche dal Pnrr. Gli investimenti in infrastrutture vengono valutati positivamente, mentre restano dubbi sulla capacità del piano di rendere il Paese più dinamico nel lungo periodo.
L’eredità della pandemia resta quindi complessa. Da un lato una comunità che ha dimostrato forza e solidarietà, dall’altro la difficoltà nel mantenere nel tempo quello stesso spirito, oggi percepito come meno incisivo.