In un atto di protesta pacifica, Daniele Alborghetti, ex commissario del carcere di via Gleno e funzionario della Polizia Penitenziaria di Bergamo, ha intrapreso uno sciopero della fame. La sua decisione, in atto dal 5 marzo, è il culmine di una vicenda giudiziaria che, nonostante l’esito assolutorio, ha lasciato cicatrici profonde nella sua vita professionale e personale. Attraverso questa azione estrema, Alborghetti aspira a ottenere un incontro con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, per sottolineare l’importanza della presunzione d’innocenza, un principio che, a suo dire, tutti dovrebbero tenere in considerazione.
L’odissea del commissario Alborghetti
Nel giugno del 2018, Alborghetti fu arrestato con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta riguardante la gestione dei distributori automatici nel carcere di Monza, dove svolgeva le funzioni di comandante. Sebbene in primo grado fosse stato condannato a sei mesi per turbativa d’asta, la sentenza di appello di Brescia lo ha successivamente assolto, riconoscendolo non colpevole. Il direttore della casa circondariale di via Gleno, invece, fu condannato a 5 anni e 4 mesi per 14 capi d’imputazione.
Il ritorno al lavoro
Tuttavia, l’indagine e la successiva detenzione domiciliare hanno avuto un impatto devastante sulla sua reputazione e sulla sua carriera. Dopo un periodo di sospensione a tempo indeterminato, Alborghetti è tornato al lavoro come vice-comandante nel carcere milanese di Bollate. Ma la strada per la riabilitazione professionale è stata ardua, segnata dalla perdita di contatti e dalla necessità di ricostruire la propria carriera praticamente da zero.
L’avvocato di Alborghetti: modi e metodi non si cancellano
L’avvocato di Alborghetti, Benedetto Maria Bonomo, critica il modo in cui l’indagine è stata condotta, in particolare l’eccessivo ricorso alle intercettazioni e la loro pubblicazione sui media, che hanno contribuito a creare una condanna sociale prima ancora del verdetto del tribunale. Questa situazione ha alimentato la decisione di Alborghetti di avviare uno sciopero della fame come forma di protesta e richiesta di dialogo, evidenziando un tema caro all’ex commissario: la presunzione d’innocenza non è solo un diritto degli imputati, ma un principio fondamentale che tutela la libertà e la dignità di ogni cittadino.
Con questa azione, Alborghetti non solo cerca giustizia per se stesso, ma anche di sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità sulla necessità di garantire e rispettare la presunzione d’innocenza, per prevenire che altre persone debbano subire un calvario giudiziario simile al suo. È una lotta non solo per la propria riabilitazione, ma anche per affermare un principio cardine della giustizia, nella speranza di contribuire a un cambiamento positivo nel sistema giudiziario e nella società.