Lo stop ai limiti imposti dai Comuni sugli affitti brevi, sancito dalla recente sentenza del Consiglio di Stato, preoccupa anche Bergamo, dove il fenomeno delle locazioni turistiche in forma non imprenditoriale è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni, in particolare in Città Alta. Secondo la pronuncia, i Comuni non possono inibire l’attività di affitto breve esercitata da privati cittadini, poiché non rientra nel perimetro delle attività ricettive e, quindi, non è soggetta ad autorizzazioni, vincoli o regolamenti locali.
Una decisione che ha sollevato l’allarme tra le amministrazioni locali, sempre più spesso impegnate a trovare un equilibrio tra turismo e residenzialità, soprattutto nelle zone di pregio storico. A intervenire sul tema è la sindaca di Bergamo Elena Carnevali, che ha espresso forte preoccupazione per gli effetti della sentenza, in particolare su Città Alta, cuore simbolico e identitario della città.
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita importante delle locazioni turistiche – ha spiegato Carnevali –. È vero che hanno contribuito ad accrescere l’attrattività di Bergamo, ma oggi il rischio è che l’intero tessuto sociale venga compromesso. È nostro dovere salvaguardare un equilibrio che sta diventando sempre più fragile».
Il problema della regolamentazione è reso ancora più complesso dal ricorso del Governo alla Corte Costituzionalecontro la legge della Regione Toscana, che lo scorso dicembre aveva introdotto una norma per consentire ai Comuni di limitare gli affitti brevi nei centri storici. Un confronto, quello tra Comuni e Regioni, che secondo Carnevali è «indispensabile e urgente» per offrire alle amministrazioni locali strumenti legislativi chiari ed efficaci.
La sentenza del Consiglio di Stato riconosce che l’affitto turistico da parte di privati, non svolto in forma imprenditoriale, è espressione del diritto di proprietà e della libertà contrattuale. Ne consegue che l’attività non è soggetta a SCIA né a obblighi autorizzativi comunali, rendendo di fatto impossibile per i Comuni introdurre restrizioni o limiti.
Secondo la sindaca, però, l’impatto sociale e urbanistico del fenomeno non può essere ignorato: «Si rischia la trasformazione di interi quartieri in luoghi di sola ospitalità temporanea. Senza un presidio normativo, l’identità sociale di aree come Città Alta potrebbe scomparire».
Per questo motivo, l’amministrazione di Bergamo ha già avviato interlocuzioni con Regione Lombardia e si è attivata tramite l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), chiedendo una normativa nazionale che consenta ai Comuni di intervenire almeno nelle aree di particolare valore storico.
«Accoglienza e vivibilità devono poter coesistere – conclude Carnevali –. I Comuni devono avere la possibilità di governare un fenomeno che incide sulla qualità della vita e sull’equilibrio abitativo dei centri storici. Il nostro impegno è e resterà quello di difendere il carattere dei nostri quartieri e garantire una città per tutti, residenti e turisti».