In Val Brembana le predazioni di bestiame sono sempre più frequenti, ma nonostante l’aumento degli attacchi, molti allevatori scelgono di non segnalare gli episodi. Il motivo? Le autorità preposte, in diversi casi, attribuiscono i danni a cani randagi anziché ai lupi, negando così qualsiasi forma di risarcimento. A peggiorare la situazione, c’è anche l’obbligo per gli allevatori di sostenere le spese per lo smaltimento delle carcasse, aggiungendo al danno economico anche la beffa burocratica.
Un problema che non è solo ambientale ma anche amministrativo. Secondo quanto riportato da un allevatore locale a Val Brembana Web, molti suoi colleghi preferiscono non comunicare ufficialmente le perdite, per evitare di incorrere in costi aggiuntivi. L’alternativa? Fare finta di nulla e affidarsi al passaparola tra allevatori, che si scambiano foto delle carcasse e consigli su come gestire le situazioni.
Capre, pecore e vitelli uccisi vengono sempre più spesso trovati dilaniati, ma l’origine dei danni – secondo quanto certificato dalle ispezioni – non viene riconosciuta come legata alla presenza dei lupi. «Ma quali cani randagi!», sbotta l’allevatore, sottolineando come la fauna selvatica sia ben conosciuta nella zona e che la differenza tra un attacco di lupo e quello di un cane sia visibile anche a occhio nudo.
Nelle valli bergamasche, e in particolare nelle zone più alte dell’Orobica come Val Serina e alta Val Brembana, la presenza stabile del lupo è ormai accertata, con interi branchi e singoli esemplari immortalati dalle fototrappole, anche in centri abitati come Camerata Cornello o Sedrina. Nonostante le evidenze, il numero ufficiale delle predazioni resta contenuto, segno che molti episodi non vengono denunciati proprio a causa delle conseguenze economiche che ne deriverebbero.
Il fenomeno evidenzia una frattura tra mondo agricolo e gestione della fauna selvatica, in cui l’assenza di una comunicazione efficace e di protocolli aggiornati rischia di compromettere il rapporto di fiducia tra allevatori e istituzioni. Serve un intervento normativo che riconosca e tuteli le vittime degli attacchi da fauna selvatica, senza penalizzare ulteriormente chi lavora in contesti montani già difficili.