La vicenda giudiziaria di Monia Bortolotti, la giovane madre di Pedrengo accusata della morte dei suoi due bambini, ha trovato una svolta decisiva con la sentenza della Corte d’Assise di Bergamo. Giovedì 13 novembre, dopo un processo lungo e complesso, i giudici hanno stabilito l’assoluzione per entrambe le imputazioni, pur decretando il mantenimento di una misura di sicurezza in una struttura sanitaria detentiva per un decennio.
Il caso si era aperto nel 2021 con la morte della piccola Alice, primogenita della donna. Fin da subito erano emersi dubbi sulla natura del decesso, ma solo l’analisi approfondita del fascicolo processuale ha permesso alla Corte di arrivare a una conclusione definitiva: “il fatto non sussiste”. Secondo i giudici, non esistevano prove sufficienti per sostenere che la bambina fosse stata vittima di un atto volontario. La mancanza di riscontri univoci ha dunque portato a un’assoluzione piena.
Ben diverso il quadro emerso per la morte del secondogenito Mattia, avvenuta nel 2022. Questa volta la Corte ha riconosciuto che l’imputata si trovasse in uno stato di totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Le perizie psichiatriche, ritenute attendibili e determinanti, hanno evidenziato un disturbo mentale grave, tale da escludere completamente la responsabilità penale della donna. Da qui la decisione di un’assoluzione per infermità mentale.
Pur non essendo stata condannata, Bortolotti non tornerà libera. La Corte ha stabilito la permanenza nella Rems di Castiglione delle Stiviere per dieci anni, applicando una misura di sicurezza detentiva, prevista nei casi in cui l’assolto per incapacità sia comunque considerato socialmente pericoloso. Al termine del decennio verranno effettuate valutazioni semestrali, utili a determinare se prolungare o concludere la misura. Un percorso che, nelle intenzioni dei giudici, punta a garantire cura, tutela e controllo.
L’imputata non era presente in aula al momento della lettura della sentenza, così come avvenuto nella precedente udienza, dove il pubblico ministero Maria Esposito aveva formulato una richiesta molto più severa: ergastolo per entrambi i decessi. La difesa, rappresentata dall’avvocato Luca Bosisio, aveva invece sostenuto la totale estraneità della donna ai fatti relativi alla morte di Alice e l’assoluta incapacità di agire con coscienza in riferimento alla tragedia che ha coinvolto Mattia.
La sentenza chiude un processo segnato da elementi drammatici e da un intreccio complesso tra diritto, psichiatria e responsabilità familiare. Per la Corte, non vi è alcuna prova di omicidio nel primo caso, mentre nel secondo è stata riconosciuta una sofferenza mentale profonda, capace di incidere in modo determinante sulla condotta della 29enne.
La vicenda non si conclude, però, con il verdetto. I prossimi anni saranno scanditi da controlli periodici sullo stato psicologico della donna e sulla sua eventuale pericolosità sociale. Una fase che si preannuncia lunga e delicata, seguita con attenzione sia dal mondo giudiziario sia da quello sanitario.