Una carriera leggendaria raccontata con semplicità
Campionessa d’Europa, vincitrice di quattro scudetti, tre Champions League, un titolo spagnolo, oltre a Coppe Italia, Supercoppe e medaglie (bronzo e argento agli Europei) con la Nazionale, Maurizia Cacciatori sceglie il tono del pragmatismo davanti agli studenti del First Campus di Bergamo, dove è protagonista di un incontro carico di energia e ispirazione. L’appuntamento si tiene nell’auditorium di via Sant’Antonino, non lontano da quella che era la sua dimora cittadina: “Abitavo in via Broseta”, ricorda.
L’incontro comincia in palestra: “Con sacrificio si arriva ovunque”
Prima dell’ingresso in aula, l’incontro parte in palestra, dove l’ex palleggiatrice rivive i primi allenamenti e le difficoltà superate negli anni giovanili. “Un tecnico cinese mi obbligava a fare cento difese: se sbagliavo, si ricominciava da capo. Diceva che avevo le ‘mani pork’, ma poi passavo le selezioni”, racconta tra i sorrisi. L’aneddoto si trasforma in lezione: “Non si nasce capitana della Nazionale, lo si diventa con obiettivi chiari. Siamo quello che decidiamo di essere”.
Scelte difficili e passione incrollabile
Durante il suo racconto, Maurizia condivide le difficoltà affrontate nella crescita personale e sportiva. “A 16 anni in Umbria mi dissero che non sarei cresciuta abbastanza per fare la schiacciatrice, mi proposero di fare la palleggiatrice. Non mi piaceva, ma con 400 palleggi a seduta ho trovato la mia strada”. E ancora: “A Perugia, dove sono arrivata da Carrara a 16 anni, dividevo un piccolo appartamento con Guendalina Buffon, sorella di Gianluigi, che aveva iniziato con me nella Carrarese. Imparammo tutto da sole. E c’era chi a casa mi diceva che questo sport non mi avrebbe portato da nessuna parte. Ma io rispondevo: ‘Ti farò vedere io’”.
Lo sport come scuola di vita: organizzazione, empatia e resilienza
La campionessa sottolinea come lo sport sia palestra di vita: “Ho sempre studiato anche in pullman e in aereo. Lo sport allena l’organizzazione personale”. Un concetto che lega anche alla sua esperienza professionale post-carriera, oggi opinionista Sky. Ma lo sport, spiega, è anche scuola di empatia: “È il mio talento più grande: mettersi nei panni delle compagne per difenderle e fare muro insieme oltre le differenze caratteriali e culturali. Vale anche per la famiglia, per gli amici, per le persone care. Alle Olimpiadi di Sidney, inizialmente andammo in tilt, ci sembrava tutto troppo grande. Poi decidemmo di metterci in gioco. Condividevamo colazione, pranzo e cena con gli atleti più forti al mondo di tutte le discipline. Eppure si faceva squadra anche lì: lo spirito olimpico è proprio questo”.
A Bergamo, il successo imparato con umiltà
Il legame con Bergamo è profondo: “Mi sentivo come alla guida di una Ferrari senza avere la patente. Ma dissi alla stampa che ero pronta”. Nella città orobica ha vissuto alcune delle sue emozioni più forti: “Vincere la Coppa dei Campioni contro lo squadrone russo è stata una delle emozioni più grandi. Mi fermavano per strada per una foto e andavo sempre in palestra col sorriso. Bergamo mi ha fatto imparare a vincere, ma anche a vivere il successo con tranquillità”.
La maturità, i figli e una lezione che vale per tutti
Parlando ai ragazzi, Cacciatori non nasconde i rimpianti: “Avrei voluto studiare lingue, ma da professionista non potevo frequentare le lezioni. Giocavo ad Agrigento e l’università di Catania era troppo lontana, impossibile frequentarla in mezzo agli allenamenti”. Oggi continua ad aggiornarsi con corsi e master, e guarda al futuro con equilibrio: “I veri vincenti sono quelli che dopo una sconfitta pensano già alla partita successiva”. Nel finale, un pensiero ai figli, Carlos e Ines: “Uno fa il portiere di calcio, lei gioca a volley come me. Liberi di fare ciò che vogliono, ma dico sempre: fatelo bene e pensate in grande”.
