Monia Bortolotti ha ucciso il suo secondo figlio, Mattia Zorzi, ma va prosciolta perché incapace di intendere e volere al momento dei fatti. È questa la conclusione, complessa e drammatica, contenuta nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Bergamo, che fanno piena luce su uno dei casi giudiziari più dolorosi degli ultimi anni in provincia.
Il 25 ottobre 2022, nella loro abitazione di Pedrengo, Mattia Zorzi, neonato di poco meno di due mesi, morì soffocato dalla madre. Per la Corte non esiste «ipotesi alternativa razionalmente plausibile»: lo confermano i dati medici, il ritardo di quasi un’ora nella chiamata ai soccorsi e soprattutto il racconto reso dalla donna ai carabinieri tre giorni dopo, definito dai giudici «eloquente e implicitamente confessorio», quando parlò di un abbraccio disperato seguito da un rantolo del bambino.
La decisione della Corte: no ergastolo, sì misura di sicurezza
Nonostante ciò, la Corte non ha accolto integralmente la tesi della Procura, rappresentata dalla pm Maria Esposito, che aveva chiesto l’ergastolo e sei mesi di isolamento diurno, ritenendo Bortolotti colpevole dell’omicidio di entrambi i figli. I giudici hanno invece stabilito che l’uccisione di Mattia avvenne in un contesto di totale incapacità di intendere e volere, causata da un grave deragliamento psicotico legato alla maternità.
Per questo motivo, il 13 novembre scorso Monia Bortolotti è stata prosciolta per vizio totale di mente dall’accusa di omicidio del secondo figlio. Tuttavia, non è tornata in libertà: la donna dovrà rimanere almeno dieci anni nella Rems di Castiglione delle Stiviere, struttura sanitaria per persone sottoposte a misure di sicurezza, a causa della pericolosità sociale ritenuta “conclamata”.
La morte della primogenita Alice: «Un dubbio insuperabile»
Diversa, e ancora più delicata, la valutazione sulla morte della primogenita Alice, avvenuta un anno prima, quando la bambina aveva quattro mesi. Su questo punto la Corte ha assolto Monia Bortolotti perché “non ha commesso il fatto”. La decisione si fonda su un elemento centrale: l’assenza di una prova scientifica certa.
L’autopsia, eseguita tardivamente, non ha fornito indicazioni decisive, mentre il referto del medico del 118, Oliviero Valoti, che riferì di aver aspirato “abbondante latte dal tubo endotracheale”, genera secondo i giudici «un insuperabile dubbio». Un dubbio che, nel processo penale, non può essere superato dagli altri elementi valorizzati dall’accusa: la culla senza segni di rigurgito, i cuscini presenti sul divano, l’insofferenza al pianto, il telefono resettato, i sospetti dei familiari. Per la Corte si tratta di «legittimi sospetti» o «ragionevoli spunti investigativi», ma non di indizi di colpevolezza.
Un caso «al limite»: la questione della capacità di intendere e volere
Le motivazioni della sentenza, oltre cento pagine firmate dalla presidente Patrizia Ingrascì e dal giudice a latere Andrea Guadagnino, descrivono un caso definito «quasi al limite». Secondo i giudici, Monia Bortolotti non presentava un funzionamento psicotico costante: fuori dal rapporto con i figli, appariva in grado di interagire in modo efficace con la realtà.
È proprio la maternità, però, ad aver agito come fattore scatenante di un grave quadro psicopatologico, slatentizzando una depressione profonda radicata fin dall’infanzia. La Corte ha ritenuto più convincente la perizia dei consulenti del gip, Elvezio Pirfo e Patrizia De Rosa, rispetto alla consulenza dell’accusa firmata da Sergio Monchieri.
Il trauma adottivo e una vita segnata dall’abbandono
Centrale nel ragionamento dei giudici è il cosiddetto “trauma adottivo”. Monia Bortolotti rimase in un orfanotrofio di Calcutta fino a un anno di età, prima di essere adottata e portata in Italia. L’inserimento familiare, secondo la sentenza, avvenne in un contesto “altamente disfunzionante”, con una madre adottiva descritta come svalutante e talvolta maltrattante, capace persino di rivolgerle insulti a sfondo razziale e di minacciarla di rimandarla in India.
Da qui, spiegano i giudici, sensi di colpa, indegnità e inadeguatezza, tipici di un funzionamento depressivo cronico, aggravato nel tempo da nuovi abbandoni: la separazione dei genitori adottivi, la rottura con la madre, il rapporto con il compagno Cristian Zorzi, molto più grande di lei, vissuto inizialmente come rifugio e poi come ulteriore tradimento.
La morte di Alice e il crollo definitivo
La morte improvvisa della figlia Alice rappresentò, secondo la Corte, l’evento traumatico decisivo, capace di travolgere definitivamente l’equilibrio psichico della giovane madre, cristallizzando il sentimento di incapacità genitoriale. In questo contesto maturò l’omicidio di Mattia, interpretato come un tentativo patologico di “unione simbiotica” con il figlio, vissuta come l’unica forma possibile di maternità “degna”.
I giudici ricordano come episodi precedenti avessero già segnalato il pericolo: Mattia finito in ospedale cianotico, e un episodio al Papa Giovanni XXIII, quando un’infermiera sorprese la madre stringere il bambino con forza, facendogli male. Una condotta “non dominabile né dominata”, che culminò nella tragedia del 25 ottobre 2022.
Una sentenza che chiude il processo, non il dolore
La decisione della Corte non assolve moralmente, ma giuridicamente. Riconosce un fatto gravissimo – l’uccisione di un neonato – ma lo colloca in una dimensione di totale incapacità psichica, che esclude la responsabilità penale ordinaria e impone una lunga misura di sicurezza sanitaria.