Omicidio via Tiraboschi, chiesto l’ergastolo per Djiram

La pm: “Gelosia ossessiva e premeditazione”. La difesa contesta le aggravanti e parla di gesto d’impeto

 È la pena dell’ergastolo la richiesta avanzata dalla pubblico ministero Silvia Marchina nel processo a carico di Sadate Djiram, 28enne togolese accusato dell’omicidio di Mamadi Tunkara, 36 anni, addetto alla sicurezza del supermercato Carrefour di via Tiraboschi, ucciso a coltellate il 3 gennaio scorso a Bergamo.

Secondo la Procura, il delitto sarebbe maturato in un contesto di gelosia ossessiva e immaginaria, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Una ricostruzione che la difesa ha contestato punto per punto, chiedendo l’esclusione delle aggravanti e il riconoscimento delle attenuanti generiche, con applicazione della pena nel minimo.

La tesi dell’accusa: “Un agguato preparato”

Per la pm Marchina, il movente sarebbe legato alla convinzione dell’imputato che l’ex compagna intrattenesse una relazione con la vittima. Dalle analisi dei telefoni, tuttavia, non sarebbero emersi contatti o frequentazioni tra la donna e Tunkara, circostanza confermata anche dalla stessa ex compagna.

Già da novembre 2024, secondo l’accusa, dal cellulare di Djiram emergerebbe un deterioramento del rapporto sentimentale, con messaggi carichi di sospetti e accuse. Il 29 dicembre l’imputato avrebbe dichiarato di essere certo dell’esistenza di una relazione clandestina. Una convinzione che lo avrebbe portato persino a rivolgersi a persone legate a pratiche di stregoneria per capire chi avesse “messo zizzania” tra lui e la compagna. Per la Procura si tratterebbe di una gelosia costruita su fantasie e priva di riscontri oggettivi.

Come sottolinea Bergamonews, nel delineare il quadro accusatorio, la pm ha richiamato anche un episodio denunciato dalla ex compagna il 18 dicembre, quando l’imputato avrebbe preteso un rapporto sessuale nonostante il rifiuto della donna. Un elemento che, secondo l’accusa, contribuirebbe a definire un atteggiamento possessivo e aggressivo.

Sulla premeditazione, la Procura ha ricostruito i movimenti del 3 gennaio attraverso le telecamere: alle 9.45 Djiram entra in un negozio, esce e poco dopo acquista un coltello. Si reca al Carrefour senza trovare la vittima, poi torna nel pomeriggio. L’aggressione avviene poco dopo le 16, e alle 16.20 viene ripreso mentre si allontana. Per l’accusa, l’acquisto dell’arma e i ripetuti passaggi in zona configurano un vero e proprio agguato.

La confessione non avrebbe aggiunto elementi decisivi alle indagini, né sarebbero emersi gesti di riparazione verso i familiari della vittima. A pesare, secondo la pm, anche la fuga immediata dopo il fatto. Da qui la richiesta dell’ergastolo, con esclusione delle attenuanti.

La difesa: “Non premeditazione, ma impulso”

Di segno opposto la linea difensiva sostenuta dall’avvocata Veronica Foglia, che ha descritto l’imputato come una persona in profonda fragilità personale, segnata dalla fine della relazione che per lui rappresentava stabilità affettiva e progettuale.

Secondo la difesa, Djiram avrebbe cercato un confronto con Tunkara per chiedere chiarimenti. L’incontro, non ripreso dalle telecamere, sarebbe degenerato dopo una reazione della vittima, che – sempre secondo la versione dell’imputato – lo avrebbe colpito con la catena della bicicletta e un lucchetto. Djiram avrebbe riportato una ferita al cuoio capelluto, riscontrata in carcere, e sul lucchetto sarebbe stato trovato materiale pilifero compatibile con i suoi capelli. Solo dopo quei colpi avrebbe estratto il coltello.

Per la difesa, diversi elementi sarebbero incompatibili con la premeditazione: i due accessi “a vuoto” al supermercato, l’assenza di conoscenza precisa degli orari della vittima e la scelta di un luogo centrale e affollato. Anche la fuga verso la Svizzera, senza documenti e con i vestiti sporchi di sangue, viene descritta come improvvisata. L’acquisto del coltello sarebbe avvenuto in uno stato di confusione e turbamento, non nell’ambito di un piano definito.

Quanto ai futili motivi, la difesa sostiene che la gelosia non possa essere isolata dal quadro di depressione e marginalità evidenziato anche dai periti, che hanno comunque riconosciuto la piena capacità di intendere e di volere. Sono stati richiamati l’incensuratezza, la collaborazione alle indagini e il pentimento manifestato.

Attesa per la decisione

Il processo riprenderà il 18 marzo con le repliche. Successivamente la Corte si ritirerà in camera di consiglio per la decisione. Al centro del giudizio restano la qualificazione del movente e la sussistenza o meno delle aggravanti di premeditazione e futili motivi, elementi determinanti per la definizione della pena.

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