Si è concluso con tre condanne e un’assoluzione il processo per riciclaggio legato a un caso di truffa avvenuto all’interno dell’ufficio postale di via Locatelli a Bergamo. Le condanne riguardano tre persone che avevano ricevuto e movimentato assegni intestati a loro tramite firme false, connesse al prosciugamento dei conti correnti di tre anziani clienti di Poste Italiane. A orchestrare il meccanismo illecito fu Antonio Buccinà, allora dipendente dell’ufficio, già condannato in via definitiva a 4 anni per truffa aggravata.
Nel dettaglio, il tribunale ha inflitto 6 anni di reclusione a F.M.A., 57 anni, con riconoscimento della recidiva; 5 anni a E.C., 62 anni, e 2 anni e 3 mesi a F.I., 64 anni. Assolta invece V.Z.L.T., cittadina ivoriana di 53 anni, per la quale – come per il 57enne – la Procura aveva già chiesto l’assoluzione.
L’inchiesta era partita nell’estate del 2019, quando emerse che i risparmi di un’anziana di 92 anni e di una coppia di coniugi di 68 e 69 anni erano stati sottratti in modo fraudolento. Il dipendente infedele, approfittando del suo ruolo allo sportello consulenze, aveva avuto accesso alla documentazione sui buoni fruttiferi e utilizzato una serie di espedienti per prelevare somme per un totale di 170.300 euro.
Una parte del denaro fu girata sotto forma di assegno falso da 23mila euro a F.M.A., il quale ha ammesso di aver ricevuto il prestito con l’obbligo di restituirlo con un interesse del 10%. Il 57enne ha dichiarato in aula di aver ricevuto minacce dal dipendente, tanto da spingerlo a denunciare i fatti alla Questura e poi alla Polizia Postale.
F.I., invece, si era presentata come nipote dell’anziana truffata, ottenendo così l’incasso di alcuni assegni, sebbene non fosse in realtà legata alla vittima da alcun vincolo familiare. Anche il suo coinvolgimento è stato ritenuto penalmente rilevante dai giudici.
Un altro episodio ha visto protagonisti i coniugi truffati: Buccinà aveva simulato una richiesta anticipata di rimborso dei buoni fruttiferi intestati alla coppia, rispettivamente da 86.300 e 61.300 euro. Le somme erano state versate sul conto del marito e successivamente prelevate mediante due assegni – entrambi falsificati – intestati a E.C., che li aveva incassati. Da lì, una catena di movimentazioni su carte prepagate e spese in contanti, in parte ricostruite anche nei confronti della donna ivoriana poi assolta.
I giudici hanno disposto che i condannati E.C. e F.M.A. versino una provvisionale di 10mila euro ciascuno a Poste Italiane, a titolo di risarcimento danni. Resta ora da quantificare l’ammontare complessivo dei risarcimenti nella sede civile.