Mentre prosegue il processo più grave che lo vede imputato per l’omicidio di Sharon Verzeni, ieri in Tribunale a Bergamo si è tenuta un’udienza legata a un procedimento parallelo: quello per maltrattamenti nei confronti della madre e della sorella, denunciati nel maggio 2024, pochi mesi prima del femminicidio di Terno d’Isola.
All’udienza non era presente Mousse Sangare, 30 anni, che è stato al centro delle valutazioni di una perizia psichiatrica disposta dal Tribunale. Secondo quanto emerso, l’imputato è stato giudicato capace di intendere e volere, dunque in grado di partecipare coscientemente al processo, nonostante siano stati riconosciuti «disturbi della personalità e una condizione di tossicodipendenza».
Ma la difesa, rappresentata dall’avvocato Giacomo Maj, ha espresso forti dubbi sull’accuratezza della valutazione. Il legale ha contestato la metodologia utilizzata nella perizia, evidenziando che è stata fondata su un solo colloquio clinico, senza il supporto di test psicodiagnostici. Per questo ha chiesto un’integrazione dell’accertamento peritale, ritenendolo «insufficiente per rispondere in modo esaustivo ai quesiti».
L’avvocato ha inoltre descritto lo stato attuale del suo assistito come «smarrito, con frasi sconnesse e in evidente stato confusionale», coerente – secondo lui – con una compromissione psichica che meriterebbe ulteriori approfondimenti.
Il giudice Beatrice Parati ha aggiornato il procedimento: la prossima udienza è prevista per mercoledì 16 luglio, giornata in cui potrebbe tenersi la discussione finale e la pronuncia della sentenza, a meno che il Tribunale non accolga la richiesta di integrazione della perizia.
Nel frattempo, Sangare resta imputato anche nel più grave procedimento in Corte d’Assise, dove dovrà rispondere dell’accusa di omicidio volontario aggravato per la morte di Sharon Verzeni, avvenuta in un contesto segnato da pregresse segnalazioni e denunce che ora emergono in tutta la loro gravità.