La crisi abitativa nella Bergamasca torna a livelli preoccupanti. Nel corso del 2024, sono stati emessi 795 provvedimenti di sfratto, un numero che riporta indietro le lancette di dieci anni. Era dal 2014 che non si registravano cifre così alte: allora furono 818. L’incremento rispetto al 2023 è del +3,7%, pari a oltre due sfratti al giorno in media, un dato che allarma sindacati e associazioni attive sul fronte dell’assistenza abitativa.
A diffondere i numeri è il Ministero dell’Interno, che evidenzia come l’aumento delle convalide di sfratto sia una tendenza consolidata negli ultimi anni, con una progressione chiara anche rispetto al periodo pre-Covid: 438 nel 2017, 697 nel 2018, 694 nel 2019. Solo nel 2023 i provvedimenti erano stati 767, contro i 795 attuali.
Il caro-vita, la precarietà lavorativa e la crescita degli affitti brevi sono le principali cause indicate dagli osservatori del settore. Come sottolinea L’Eco di Bergamo, il fenomeno degli affitti turistici in particolare sta modificando profondamente la disponibilità di alloggi residenziali. Tra i provvedimenti di sfratto emessi quest’anno, 180 sono legati alla “finita locazione”, ovvero alla volontà del proprietario di rientrare in possesso dell’immobile una volta scaduto il contratto. Si tratta di un aumento del +9,1%rispetto all’anno precedente. Molti di questi alloggi vengono riconvertiti in affitti brevi, giudicati più redditizi e con minori rischi di morosità.
La parte restante dei provvedimenti (615 casi) è invece legata alla morosità o ad altre cause, in crescita del 2,2%. Questo tipo di sfratti rappresenta ancora la maggioranza, ma la crescita degli sfratti per fine locazione segna un cambiamento strutturale nel mercato immobiliare, con un impatto diretto sulla residenzialità delle famiglie più fragili.
Le richieste di esecuzione agli ufficiali giudiziari, che indicano l’intenzione di procedere con lo sgombero, sono in calo: 1.889 nel 2024, pari a un -13% rispetto all’anno precedente. Una dinamica simile riguarda anche gli sfratti eseguiti con forza pubblica, scesi a 347, con una riduzione del -29,9%. Secondo gli addetti ai lavori, questi numeri vanno letti tenendo conto del forte arretrato accumulato nel periodo post-pandemico, quando gli sfratti erano stati bloccati per via delle misure emergenziali.
Nonostante la flessione nelle esecuzioni, i sindacati denunciano un allarme crescente legato alla fragilità abitativa. Le famiglie colpite sono spesso monoreddito, in situazioni lavorative precarie o coinvolte in contenziosi che si prolungano nel tempo. La progressiva trasformazione del patrimonio immobiliare da residenziale a turistico contribuisce a una maggiore pressione sugli affitti, con canoni che crescono e disponibilità che si riduce, soprattutto nei comuni più attrattivi o nelle zone centrali.
Le organizzazioni del settore chiedono misure strutturali per contenere gli sfratti, regolamentare l’espansione degli affitti brevi e sostenere economicamente le famiglie in difficoltà, anche attraverso il rafforzamento degli strumenti già esistenti, come il fondo per la morosità incolpevole e le politiche di edilizia residenziale pubblica.