Senzatetto, a Bergamo 19 morti nel 2025: nasce l’accoglienza diffusa

La città avvia un nuovo modello decentrato con 50 posti letto in più, housing sociale e collaborazione tra Comune, Caritas e Terzo Settore

Diciannove persone senza fissa dimora morte in un anno. È il dato che ha segnato il 2025 a Bergamo, collocando la città dietro soltanto a Roma e Milano per numero di decessi tra chi vive in strada. Un bilancio definito anomalo e preoccupante, che ha spinto l’amministrazione comunale a rivedere il paradigma dell’accoglienza, superando il modello centralizzato per puntare su una rete diffusa nei quartieri.

Secondo i dati resi noti, lo scorso anno in provincia di Bergamo sono deceduti 19 senzatetto: dodici in ospedale e sette in strada. Un numero superiore a quello registrato a Torino, città con oltre 800 mila residenti, e inferiore soltanto a Roma (48) e Milano (27). Le persone scomparse non erano sconosciute ai servizi sociali, ma spesso si trattava di situazioni caratterizzate da dipendenze, disturbi psichici e fragilità sanitarie che rendono complesso l’aggancio ai percorsi di aiuto.

Di fronte a questo scenario, l’assessorato alle Politiche Sociali ha promosso, insieme alla Fondazione Diakonia (braccio operativo della Caritas Diocesana Bergamasca) e alla Fondazione Opera Bonomelli, un nuovo accordo di collaborazione per rafforzare la rete di contrasto alla grave marginalità. L’obiettivo è integrare accoglienza notturna, centri diurni, unità di strada e accompagnamento sociale in un sistema capace di intercettare quasi tutte le situazioni di bisogno.

Il cambio di passo riguarda soprattutto l’organizzazione degli spazi. Si punta alla destrutturazione del polo unico del Galgario, storicamente fulcro dell’accoglienza cittadina, per sviluppare piccole realtà distribuite capillarmente nei quartieri. Il Galgario resterà comunque in comodato d’uso a Caritas per tutto il 2026, nonostante l’ex convento sia inserito nel piano delle alienazioni comunali.

Da maggio saranno disponibili 50 posti letto in più nelle diverse strutture cittadine, rafforzando la capacità di risposta soprattutto nei periodi più critici. Il nuovo modello non si limita però ad ampliare i numeri: intende modificare l’approccio, promuovendo percorsi personalizzati verso l’autonomia abitativa.

Un esempio concreto è l’esperienza di housing sociale avviata in via Serassi, gestita dalla Fondazione Opera Bonomelli. Attiva da alcuni mesi, la struttura accoglie fino a sei persone per un periodo massimo di sei mesi, in un contesto che favorisce una progressiva autonomia. L’obiettivo non è creare nuovi dormitori permanenti, ma accompagnare gli ospiti verso soluzioni abitative stabili, anche attraverso il supporto nella ricostruzione della posizione previdenziale o nell’ottenimento dell’invalidità.

A fine marzo prenderà il via un progetto analogo in via Pignolo, dove altre sei persone saranno ospitate in un appartamento inserito in un contesto condominiale. La struttura aprirà alle 19 e chiuderà alle 10.30 del mattino successivo. Gli ospiti cambieranno mensilmente, in un sistema che mira a favorire l’integrazione con il tessuto cittadino e a sperimentare dinamiche di convivenza domestica.

Il modello diffuso si fonda sulla relazione tra comunità e persone accolte, riconoscendo che la povertà contemporanea è un fenomeno multidimensionale che coinvolge fasce d’età e storie differenti. L’intento è superare la logica emergenziale del dormitorio unico per costruire percorsi più flessibili e personalizzati, capaci di intercettare anche le situazioni di maggiore fragilità sociale e sanitaria.

Accanto alle nuove strutture, resta centrale il lavoro delle unità di strada e dei servizi diurni, che continuano a rappresentare il primo punto di contatto con chi vive ai margini. Nonostante il rafforzamento della rete, una quota di casi ad alta complessità richiede interventi ulteriori e una collaborazione costante tra enti pubblici e realtà del Terzo Settore.

Il dato dei 19 decessi nel 2025 resta il punto di partenza di questa riorganizzazione. La sfida per Bergamo è trasformare un’emergenza in occasione di ripensamento strutturale, puntando su una presenza diffusa nei quartieri e su percorsi di accompagnamento che riducano il rischio di isolamento e marginalità estrema.

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