Il Veneto ha approvato una legge che definisce procedure e modalità per il suicidio medicalmente assistito, riaccendendo il confronto politico anche in Lombardia. La Regione veneta è la quarta in Italia, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a intervenire sul tema del fine vita e la prima amministrata dal centrodestra a varare una norma specifica.
Il provvedimento è passato il 2 settembre con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, al termine di un percorso caratterizzato da un confronto complesso all’interno della maggioranza. Il testo ha infatti richiesto diversi aggiustamenti per trovare un punto di equilibrio tra posizioni differenti.
A Milano, invece, il tema rimane fermo. In Lombardia non è attualmente in corso un iter legislativo sul suicidio medicalmente assistito, dopo che nel novembre 2024 il Consiglio regionale aveva bloccato una proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, approvando una pregiudiziale di costituzionalità.
La motivazione sostenuta dalla maggioranza era che la materia dovesse essere regolata a livello nazionale. Da allora il dossier non ha registrato sviluppi significativi, anche perché secondo diversi esponenti politici oggi non ci sarebbero i numeri necessari per approvare una legge regionale.
Posizioni diverse anche all’interno degli stessi partiti
Il dibattito sul fine vita non segue una divisione netta tra centrodestra e centrosinistra. Le posizioni risultano trasversali e coinvolgono anche i consiglieri bergamaschi presenti al Pirellone.
Tra i favorevoli a una regolamentazione regionale c’è Jonathan Lobati di Forza Italia, secondo cui la Lombardia dovrebbe seguire l’esempio del Veneto. La sua posizione parte dall’idea che la politica debba dare una risposta alle richieste provenienti dalla società, ma con un sistema caratterizzato da controlli e garanzie.
Lobati sostiene infatti la necessità di verificare attentamente ogni situazione, assicurando che vengano rispettate le condizioni previste dalla Corte costituzionale e che venga accertata l’irreversibilità della malattia e la gravità delle sofferenze.
Anche Davide Casati del Partito Democratico considera necessario un intervento normativo. Secondo il consigliere dem, la Corte costituzionale ha già individuato i requisiti entro cui il suicidio medicalmente assistito può essere ammesso: capacità di autodeterminazione, patologia irreversibile, sofferenze intollerabili e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
Il nodo principale, secondo Casati, riguarda quindi le procedure operative, che in assenza di una legge rischiano di lasciare il personale sanitario senza indicazioni precise.
La Lega tra libertà di coscienza e posizioni diverse
Anche all’interno della Lega emergono sensibilità differenti. Il voto veneto ha mostrato come il tema possa superare gli schieramenti tradizionali: diversi esponenti del Carroccio si sono espressi a favore della legge, mentre altri mantengono una posizione più prudente.
Il consigliere regionale bergamasco Roberto Anelli ritiene che sulle questioni etiche i partiti non debbano imporre una linea unica. Nel merito, però, si dice favorevole a una normativa che rispetti i criteri stabiliti dalla Corte costituzionale.
Di diverso orientamento il collega leghista Giovanni Malanchini, secondo cui la materia dovrebbe essere affrontata dal Parlamento nazionale e non dalle singole Regioni. Per Malanchini il tema riguarda soprattutto la coscienza individuale e richiede una riflessione lontana dalle contrapposizioni ideologiche.
Fratelli d’Italia contrario a una legge regionale
Fratelli d’Italia mantiene invece una posizione contraria a un intervento delle Regioni. Secondo il consigliere Alberto Mazzoleni, il compito della sanità pubblica deve rimanere quello di tutelare e curare la vita, soprattutto nelle situazioni più fragili.
La linea del partito è che il suicidio medicalmente assistito debba essere disciplinato attraverso una legge nazionale uniforme, accompagnata da un rafforzamento delle cure palliative e della terapia del dolore.
Una posizione simile è stata espressa anche da Michele Schiavi, secondo cui la competenza dovrebbe spettare esclusivamente al legislatore nazionale.
La raccolta firme dell’Associazione Luca Coscioni
Il confronto lombardo potrebbe però riaprirsi nelle prossime settimane. L’Associazione Luca Coscioni ha annunciato la presentazione di 15 mila firme al Consiglio regionale lombardo il prossimo 15 settembre per chiedere la discussione del progetto di legge “Liberi subito”.
L’obiettivo è introdurre tempi e procedure certe per la verifica delle condizioni previste e per l’eventuale accesso al suicidio medicalmente assistito.
Secondo l’associazione, le firme raccolte rappresentano un segnale forte arrivato dai cittadini lombardi e arrivano dopo ulteriori sviluppi giurisprudenziali sul tema.
Il Veneto ha quindi aperto una nuova fase del dibattito, mentre la Lombardia rimane in una posizione di attesa, sospesa tra il confronto politico interno e la richiesta di una regolamentazione da parte di migliaia di cittadini.
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