Trescore, allarme giovani: “Violenza tra emulazione e disagio”

La psicologa: iperstimolazione digitale e distanza dagli adulti tra i fattori chiave

Il caso dell’aggressione a Trescore riporta al centro del dibattito il tema del disagio giovanile e delle sue possibili derive violente. Secondo la psicologa e criminologa Simona Silvestro, episodi di questo tipo non possono essere ricondotti a una sola causa, ma nascono da una combinazione complessa di fattori sociali, familiari e culturali.

Uno degli elementi evidenziati è la possibile emulazione di modelli esteri. Le dinamiche ricordano in parte episodi già visti negli Stati Uniti, soprattutto per alcuni dettagli simbolici, ma questo rappresenta solo una componente del problema. Più rilevante è il contesto in cui i ragazzi crescono, spesso segnato da fragilità e da una crescente distanza dal mondo adulto.

Silvestro sottolinea al Corriere Bergamo come molti giovani non riconoscano più negli adulti un punto di riferimento, perdendo quel ruolo di guida e contenimento fondamentale nello sviluppo. Questa frattura può alimentare sfiducia e frustrazione, fino a sfociare in comportamenti estremi.

Un altro aspetto centrale riguarda l’impatto della tecnologia. L’iperstimolazione digitale, tra social e videogiochi, espone i ragazzi a un flusso continuo di contenuti, anche violenti, che può influire sulla capacità di gestire le emozioni. In una fase di sviluppo ancora delicata, il cervello fatica a regolare impulsi e reazioni.

Le conseguenze si riflettono nella gestione della frustrazione. La rapidità e la frammentazione degli stimoli digitali riducono la capacità di attenzione e il controllo cognitivo, rendendo più difficile fermarsi prima di agire. Un cambiamento significativo rispetto al passato, quando le difficoltà venivano più spesso elaborate senza sfociare in azioni violente.

I dati confermano un aumento del disagio tra i più giovani. Negli ultimi anni sono cresciuti i casi di autolesionismo, ricoveri psichiatrici e accessi al pronto soccorso per crisi comportamentali, con un incremento marcato soprattutto tra gli adolescenti. Le modalità di espressione del disagio differiscono: le ragazze tendono a interiorizzarlo, mentre i ragazzi lo proiettano verso l’esterno.

Un ulteriore problema riguarda l’accesso ai servizi di supporto. Le strutture per la salute mentale sono spesso sotto pressione, con liste d’attesa lunghe e difficoltà a intercettare i giovani prima che il disagio esploda. Inoltre, molti ragazzi non chiedono aiuto spontaneamente.

La scuola può avere un ruolo importante, ma serve un approccio diverso. Secondo l’esperta, sarebbe necessario un sistema meno orientato alla performance e più attento al benessere emotivo, con strumenti come il supporto psicologico accessibile e normalizzato.

Fondamentale resta anche il ruolo delle famiglie. Il dialogo, anche quando difficile, è considerato essenziale, così come la capacità di riconoscere segnali di disagio e rivolgersi a professionisti quando necessario.

Il caso di Trescore diventa quindi un’occasione per riflettere su un fenomeno più ampio. La violenza giovanile non è un episodio isolato, ma il sintomo di un malessere diffuso, che richiede attenzione, prevenzione e interventi strutturati.

Redazione

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