Bergamo, caffè al bar alle stelle: più 26,5% in cinque anni

Tra rincari delle materie prime, energia e costi di gestione, la tazzina raggiunge in media 1,24 euro. Baristi, associazioni di categoria e torrefattori difendono la qualità e il ruolo sociale di un rito a cui i clienti continuano a non rinunciare

L’espresso a Bergamo a 1,24 euro

Bere un caffè al bar costa sensibilmente più di cinque anni fa anche a Bergamo. L’ultimo monitoraggio nazionale realizzato da Assoutenti e dal Crc, il Centro di formazione e ricerca sui consumi, sulla base dei dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy, indica che nel capoluogo orobico un espresso al bancone costa oggi mediamente 1,24 euro. Nel 2021 la spesa era invece di circa 98 centesimi. La differenza equivale quindi a un incremento del 26,5% nell’arco di cinque anni.

Bergamo sotto la media nazionale

Nonostante il consistente aumento, Bergamo si colloca al 40° posto nella graduatoria nazionale e rimane leggermente al di sotto della media italiana. Nel Paese un espresso costa infatti oggi mediamente 1,29 euro, mentre nel 2021 il prezzo medio era pari a 1,04 euro. Ai vertici della classifica si trovano Bolzano, con 1,51 euro, Pescara, con 1,49 euro, e Ferrara, con 1,46 euro. In Lombardia, invece, il prezzo più elevato viene registrato a Mantova, dove la tazzina raggiunge mediamente 1,37 euro.

Nei bar i prezzi tra 1,20 e 1,40 euro

I dati statistici trovano riscontro anche nei prezzi applicati quotidianamente dagli esercizi del territorio. Nei bar di Bergamo e della provincia l’espresso al bancone viene proposto principalmente a 1,20, 1,30 oppure 1,40 euro, con differenze legate anche alla zona. Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo, sostiene che in Italia il caffè abbia ancora un prezzo troppo basso per garantire una reale sostenibilità economica al modello tradizionale del bar. Parlando da Stoccarda, in Germania, Fusini ha evidenziato che lì una tazzina arriva a costare tra 3,50 e 4,50 euro. Secondo le stime dell’associazione, in Italia un prezzo sostenibile per l’espresso dovrebbe attestarsi intorno a 1,50 euro.

Il costo della tazzina: non solo materia prima

Sul peso delle diverse voci che compongono il prezzo finale interviene anche Diego Rodeschini, presidente del Gruppo Bar, Caffetterie e Pasticcerie di Confcommercio Bergamo e titolare della Pasticceria Acquario di Sant’Omobono Terme. Rodeschini riferisce che la maggior parte degli aderenti vende il caffè a 1,30 euro e sottolinea che il costo di un prodotto di qualità comprende non soltanto la materia prima, ma anche la tazzina di porcellana, il lavaggio, l’elettricità e i macchinari. L’espresso resta inoltre un prodotto caratterizzato da una marginalità ridotta: un locale che serve mille caffè al giorno riesce a ricavarne un vantaggio economico significativo, mentre un esercizio che ne prepara soltanto venti ottiene maggiori benefici dalla vendita di due spritz. Allo stesso tempo, Rodeschini considera un buon caffè un vero investimento per il locale.

I rincari: energia, lavoro e servizi

L’aumento dei prezzi non nasce da una decisione arbitraria degli esercenti. Filippo Caselli, direttore di Confesercenti Bergamo, spiega che i ritocchi derivano dalla crescita contemporanea di numerose voci di costo, dalle materie prime all’energia, passando per il lavoro e i servizi. Caselli evidenzia inoltre che il valore pagato dal cliente non riguarda esclusivamente ciò che viene versato nella tazzina, ma comprende anche la qualità del servizio e la funzione sociale svolta quotidianamente dai pubblici esercizi nelle città e nei paesi.

Il rito dell’espresso

Nonostante le turbolenze del mercato, il caffè mantiene il proprio ruolo nelle abitudini quotidiane. Matteo Almagioni, titolare del Bugan Cafè di via San Bernardino, spiega che al di fuori dei centri storici maggiormente sostenuti dal turismo i prezzi devono essere coerenti con le caratteristiche del mercato locale. Per i bar che lavorano soprattutto con gli uffici e con i residenti del quartiere, le tariffe risultano quindi allineate in funzione della zona. Nel suo locale il caffè base viene venduto a 1,30 euro al banco, mentre alcune specialità più pregiate raggiungono i 2 euro per rispondere alla domanda dei clienti interessati a prodotti particolari.

Non solo espresso: gli altri aumenti

La scelta di Almagioni è quella di tutelare il più possibile l’abitudine legata alla tazzina. Il titolare del Bugan Cafè preferisce infatti aumentare il prezzo di altri prodotti prima di intervenire nuovamente su quello del caffè, proprio per non penalizzare un consumo profondamente radicato. Secondo la sua esperienza, una persona può rinunciare a un pranzo fuori casa, mentre continua più difficilmente a fare a meno dell’espresso.

La clientela alla ricerca di qualità

Una tendenza analoga viene osservata anche da Ancilla Scandella, titolare del Pub Rewind di Onore. Scandella rileva che i consumatori cercano un caffè di qualità e che proprio la qualità comporta costi crescenti, come avviene per numerosi altri prodotti. Nel locale, tuttavia, non vengono registrati cali della clientela riconducibili al prezzo: l’esperienza quotidiana conferma che le persone continuano a non rinunciare all’espresso.

Le torrefazioni tra rincari e margini ridotti

Le difficoltà non interessano soltanto i bar, perché un ruolo fondamentale nella filiera appartiene alle torrefazioni. Silvio Tavecchio, della Torrefazione Asso di Capriate San Gervasio, segnala che da alcuni anni il costo della materia prima è cresciuto in maniera molto marcata. Tra le cause vengono indicate anche le conseguenze delle guerre, l’aumento dei costi energetici e le maggiori spese legate ai trasporti.

I piccoli produttori: risparmio sulla materia illusorio

Secondo Tavecchio, i piccoli torrefattori artigianali si trovano in una situazione particolarmente complessa perché devono affrontare, da un lato, i rincari imposti a monte dai produttori e, dall’altro, i margini economici limitati dei bar. Ridurre la qualità della materia prima non rappresenta però una strada percorribile: il consumatore finale riconosce le differenze nel prodotto e percepisce un eventuale peggioramento. Per questo motivo le torrefazioni non possono compensare gli aumenti scegliendo materie prime di seconda o terza categoria.

Un equilibrio in bilico tra prezzo e qualità

Il quadro che emerge a Bergamo racconta quindi un settore chiamato a trovare un equilibrio sempre più delicato. In cinque anni il prezzo medio dell’espresso è cresciuto del 26,5%, ma esercenti, rappresentanti delle associazioni di categoria e torrefattori ribadiscono che dietro la tazzina ci sono materie prime, energia, personale, attrezzature, trasporti e servizi. Allo stesso tempo, baristi e produttori continuano a puntare sulla qualità, mentre il caffè conserva la propria forza come abitudine quotidiana e momento di socialità.

 

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