La riforma del sistema universitario proposta dalla ministra Anna Maria Bernini accende la protesta anche a Bergamo. Martedì 20 maggio, mentre all’Università si celebrava il conferimento della Gran Cruz de la Orden Civil de Alfonso X el Sabio al professor Gabriele Morelli, a pochi passi, nella sede di via Pignolo, circa 180 lavoratori e lavoratrici partecipavano a un’assemblea sindacale indetta da Flc Cgil Bergamo e Cub per denunciare la crisi strutturale dell’università italiana e l’aumento della precarietà.
Come sottolinea Bergamonews, nel mirino c’è il disegno di legge della ministra Bernini, che punta a introdurre nuove categorie di ricercatori a contratto flessibile, come i “professori aggiunti” con incarichi da tre mesi a tre anni, o le borse di ricerca junior e senior, sempre a tempo determinato. Secondo i sindacati, la riforma rischia di peggiorare le condizioni lavorative del personale universitario, in particolare dei giovani ricercatori, già oggi privi di prospettive stabili.
Alla base della protesta anche la progressiva riduzione del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), principale strumento di sostegno economico per gli atenei. A Bergamo, nel 2024, l’Università ha ricevuto un 6% in meno rispetto all’anno precedente, una flessione che, unita a una gestione di bilancio improntata al contenimento delle spese, ha inciso sulla qualità dell’offerta formativa e sulle condizioni occupazionali.
Secondo Flc Cgil, l’ateneo conta oggi 326 lavoratori precari, esclusi i dottorandi, a fronte di 387 figure strutturate tra docenti ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. I sindacati parlano di un rapporto studenti/docenti squilibrato (37 a 1) e di 58 studenti per ogni dipendente tecnico-amministrativo, ben al di sopra della media di altri atenei simili per dimensioni.
“Non chiediamo solo tutele per chi è precario, ma una vera riforma partecipata”, spiega Fabio Cubito, segretario Flc Cgil Bergamo. “La proposta Bernini non risponde alla crisi ma la aggrava, e rischia di allontanare definitivamente i giovani dalla carriera universitaria”.
A livello nazionale, sono circa 35.000 i ricercatori a tempo determinato, spesso con compensi bassi e carriere frammentate. Il tentativo, avviato sotto il governo Draghi, di creare percorsi più stabili è fallito per mancanza di coperture strutturali: i fondi del PNRR, al momento, sono limitati e non bastano a garantire stabilizzazioni su larga scala.
I sindacati chiedono quindi misure concrete e immediate:
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aumento del finanziamento pubblico alle università;
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piano nazionale di stabilizzazione del personale precario;
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blocco dell’introduzione di nuove figure flessibili;
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una riforma costruita insieme alla comunità accademica, e non calata dall’alto.
L’Università di Bergamo, attraverso una nota ufficiale, rivendica però la propria solidità economica e progettuale.“Grazie al Ffo, al Pnrr e ad altri strumenti ministeriali, l’ateneo ha ricevuto dal 2022 oltre 295 milioni di euro, di cui oltre 80 nel solo 2024”, si legge nel comunicato. “Siamo impegnati nel garantire qualità e inclusione, e aperti al dialogo con tutte le componenti universitarie.”
Ma per i lavoratori, i numeri non bastano. Il messaggio dell’assemblea è chiaro: senza tutele e prospettive stabili, il futuro dell’università resta precario.
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