Stazione delle Autolinee, via i senzatetto: chiude la mensa “Posto caldo”

Lo spazio di accoglienza verrà trasferito, ma resta l’incognita su dove finiranno le persone senza dimora dopo gli sgomberi

La stazione delle Autolinee di Bergamo appare oggi pulita, sgombra e presidiata, ma il futuro delle persone senza dimora resta incerto. Dopo gli sgomberi effettuati la scorsa settimana e l’intensificazione dei controlli da parte della polizia locale e delle forze armate, la zona – un tempo occupata da bivacchi e accampamenti – si presenta in ordine. Tuttavia, la chiusura imminente della mensa “Posto caldo”, punto di riferimento per i senzatetto, solleva interrogativi su quali saranno le prossime mosse della città in tema di inclusione e gestione del disagio sociale.

Lo storico servizio di distribuzione pasti verrà trasferito al Patronato, ma la decisione lascia spazio a molte domande: dove si rifugeranno ora le decine di persone che dormivano sotto le pensiline? Secondo gli operatori del settore, almeno cinquanta individui senza fissa dimora erano soliti trascorrere la notte nei pressi dell’autostazione, utilizzando coperte e sacchi a pelo per ripararsi dal freddo.

“È bello vedere la stazione pulita”, commenta a Prima Bergamo un educatore di una cooperativa sociale attiva sul territorio, “ma il problema è capire quanto durerà e dove sono finite queste persone”. Il presidio di polizia e militari garantisce al momento un aspetto ordinato, ma non affronta la questione di fondo: la mancanza di un piano strutturato che distingua tra povertà, microcriminalità e disagio giovanile.

Gli stessi operatori sottolineano che troppo spesso nella narrazione pubblica si confondono tre realtà profondamente diverse: i senzatetto, i piccoli spacciatori e i gruppi di giovani che compiono atti di disturbo o violenza. “Si fa confusione e si mescolano mondi differenti. Serve una strategia mirata”, prosegue l’educatore, chiedendo un piano che integri misure educative e repressive, fornendo strumenti chiari a chi lavora quotidianamente sul campo.

Anche alcuni clochard, intervistati in zona, esprimono frustrazione ma anche comprensione: “Sappiamo di dare fastidio, ma non siamo criminali. Beviamo, sì, ma stiamo tranquilli. A volte abbiamo paura anche noi”. Il trasferimento della mensa, intanto, viene vissuto come un ulteriore passo verso una progressiva esclusione dallo spazio pubblico, che rischia di spingere le persone più fragili ai margini, fuori dalla vista, ma anche fuori dai circuiti di assistenza.

Il tema dell’accoglienza e della gestione del disagio urbano resta centrale per il futuro di Bergamo. Le azioni finora messe in campo hanno prodotto una trasformazione estetica visibile, ma senza un piano integrato di lungo periodo, il rischio è quello di spostare il problema da una zona all’altra della città, senza risolverlo realmente.

Redazione

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