Mente lucida o vizio parziale di mente? È questo il nodo centrale del processo d’Appello ad Alessia Pifferi, la quarantenne milanese condannata all’ergastolo in primo grado per la morte per abbandono della figlia Diana, 18 mesi, lasciata sola in casa per giorni nel luglio di tre anni fa. L’abitazione era quella di Leffe, nel Bergamasco, dove la donna viveva con il compagno.
Durante l’udienza di ieri presso la Corte d’Assise d’Appello di Milano, si è consumato uno scontro serrato tra periti, chiamati a valutare il reale stato mentale dell’imputata al momento dei fatti.
Difesa: «Disabilità intellettiva, vizio parziale di mente»
A sostenere la linea difensiva è stato Pietro Pietrini, medico e consulente della parte imputata, che ha ribadito la tesi già presentata in primo grado: «Al momento dei fatti, Alessia Pifferi era affetta da un vizio parziale di mente, legato a una disabilità intellettiva acclarata e a condizioni patologiche che alteravano la sua capacità di comprendere le conseguenze delle sue azioni». Per il consulente, il comportamento della donna non può essere interpretato con i parametri ordinari della responsabilità individuale: «La sua struttura cognitiva compromessa le impediva una valutazione lucida della realtà e delle conseguenze, pur non risultando totalmente priva di lucidità».
Periti della Corte: «Disturbi lievi, capacità intatta»
Di tutt’altro parere i tre periti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello, che nella loro relazione hanno parlato sì di un disturbo del neurosviluppo e di una certa fragilità cognitiva, ma senza che tali condizioni abbiano inciso in modo significativo sulla capacità di intendere e volere. «Non vi sono elementi – hanno dichiarato – per affermare che la signora Pifferi fosse incapace di comprendere la portata delle sue azioni. L’immaturità affettiva non costituisce, da sola, un fattore determinante per la non imputabilità».
Parte civile: «Mente lucida, nessun segno di psicosi»
Anche i consulenti della parte civile si sono espressi per la piena capacità dell’imputata. La criminologa Roberta Bruzzone e lo psichiatra Alberto Caputo hanno evidenziato come non vi sia alcuna traccia di gravi disturbi psichiatrici: «Alessia Pifferi non mostra sintomi psicotici, non presenta allucinazioni, deliri o condizioni che possano compromettere il contatto con la realtà». Anzi, secondo la loro valutazione: «La donna appare lucida, vigile, orientata, in grado di valutare le circostanze, pianificare azioni e decidere secondo motivazioni razionali, per quanto moralmente e giuridicamente inaccettabili».
Un processo ancora aperto
La prossima udienza è fissata per il 22 ottobre, quando la Corte potrebbe entrare nel merito delle conclusioni peritali. Resta centrale il tema della capacità di intendere e volere, che potrebbe incidere sulla conferma o revisione della condanna all’ergastolo inflitta in primo grado.
Il processo Pifferi continua a suscitare forte attenzione pubblica e mediatica, non solo per la drammaticità del caso, ma anche per la complessità giuridica ed etica legata al profilo psicologico dell’imputata.
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