Truffa milionaria a Bergamo, al centro un presunto tesoro in Svizzera

Quattro imputati a processo: versati oltre un milione con la promessa di guadagni elevati

 Un presunto patrimonio nascosto in Svizzera, promesse di guadagni consistenti e una rete di rapporti personali che si trasforma in un caso giudiziario complesso. È questo il quadro emerso nel processo in corso a Bergamo, dove quattro persone sono accusate di una truffa che avrebbe superato il milione di euro.

Al centro della vicenda c’è una 66enne residente a Orio al Serio, indicata come figura chiave dell’operazione. Secondo l’accusa, avrebbe convinto un conoscente a versare circa 800 mila euro nell’arco di quattro anni, tra il 2017 e il 2021, promettendo ritorni economici legati allo sblocco di capitali detenuti all’estero.

Il meccanismo si sarebbe poi ampliato coinvolgendo un secondo soggetto. La vittima principale avrebbe infatti persuaso un amico a investire ulteriori 240 mila euro, aumentando così l’entità complessiva del presunto raggiro.

Determinante, nella ricostruzione dell’accusa, il ruolo di un’insegnante di religione di Fara Gera d’Adda, che ha già scelto di patteggiare. La donna avrebbe fatto da tramite tra gli imputati e le parti offese, contribuendo a rafforzare la credibilità dell’operazione e a facilitare i trasferimenti di denaro.

L’indagine è partita proprio dalla denuncia degli imprenditori coinvolti, assistiti dai loro legali, e ha portato all’intervento della Guardia di Finanza. Nonostante una iniziale richiesta di archiviazione da parte della procura, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta, aprendo così la strada al processo.

Secondo la tesi accusatoria, il presunto raggiro si basava su una narrazione precisa. La 66enne avrebbe sostenuto di disporre di ingenti capitali rientrati dalla Svizzera tramite lo scudo fiscale, ma bloccati a causa di sanzioni e spese legali. Da qui la richiesta di liquidità immediata, giustificata come necessaria per sbloccare le somme.

Una versione che, secondo gli inquirenti, avrebbe convinto le vittime a effettuare numerosi bonifici nel tempo. Le promesse di profitti elevati avrebbero rappresentato l’elemento decisivo per ottenere la fiducia degli investitori.

Diversa la posizione degli imputati, che respingono le accuse. Le due donne coinvolte sostengono di essere a loro volta vittime della situazione, affermando di essersi fidate dell’insegnante senza verificare i movimenti di denaro.

Nella loro ricostruzione, i bonifici sarebbero stati parte di un sistema di movimentazione di denaro. Secondo la difesa, le somme ricevute venivano restituite in contanti, senza che vi fosse alcun intento fraudolento o trattenimento illecito.

Una delle imputate ha inoltre dichiarato di aver utilizzato anche denaro proveniente da vincite al gioco. Un elemento che contribuisce a delineare un contesto complesso, in cui si intrecciano fiducia personale e gestione poco trasparente delle risorse.

Nel corso della vicenda, le due donne hanno anche firmato un documento di riconoscimento del debito. Un atto che, secondo la difesa, sarebbe stato sottoscritto su consiglio legale per evitare conseguenze più gravi, e non come ammissione di responsabilità.

Il processo proseguirà con la prossima udienza fissata per il 20 maggio. Resta da chiarire il ruolo degli altri due imputati, finora assenti in aula, che potrebbero fornire ulteriori elementi utili alla ricostruzione dei fatti.

La vicenda evidenzia ancora una volta i rischi legati a investimenti basati su rapporti personali e promesse non verificate. La fiducia, in assenza di controlli, può trasformarsi in un elemento vulnerabile, soprattutto quando si tratta di operazioni finanziarie complesse.

 

Redazione

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