Un sistema basato sull’acquisizione di aziende in crisi a prezzi simbolici e sul successivo trasferimento delle risorse fuori dalle società è al centro di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Bergamo. La Guardia di finanza ha disposto il sequestro preventivo di beni e disponibilità per oltre 5,6 milioni di euro nei confronti di due cittadini italiani iscritti all’Aire e residenti a Dubai.
L’attività investigativa, condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Bergamo, riguarda ipotesi relative alla crisi d’impresa, autoriciclaggio e malversazione di erogazioni pubbliche. Il provvedimento ha coinvolto anche due società, la cui gestione è stata sottratta agli indagati per interrompere il controllo sulle attività e ridurre il rischio di ulteriori dispersioni patrimoniali.
L’acquisizione delle società con contratti a un euro
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, una delle società coinvolte avrebbe operato come una struttura specializzata nel recupero di imprese in difficoltà, proponendo interventi di ristrutturazione finanziaria, nuovi investimenti e strategie di rilancio.
Le aziende venivano acquisite attraverso operazioni che prevedevano anche contratti di earn out, con un prezzo iniziale simbolico e la possibilità per i precedenti proprietari di ricevere una quota degli eventuali risultati economici futuri.
In un caso al centro dell’inchiesta, le quote di una società attiva nella fabbricazione di strutture metalliche sarebbero state rilevate per un euro, con il riconoscimento ai precedenti titolari di una partecipazione del 25% agli eventuali utili derivanti dal rilancio o dalla successiva vendita.
L’operazione era stata presentata come un progetto di risanamento aziendale, con l’obiettivo di aumentare il valore dell’impresa. Gli accertamenti avrebbero però evidenziato, secondo gli investigatori, un diverso utilizzo delle risorse aziendali, attraverso trasferimenti di denaro legati a consulenze e servizi ritenuti privi di una reale giustificazione economica.
Trasferimenti di denaro e difficoltà per i lavoratori
Le indagini avrebbero ricostruito un meccanismo basato sull’emissione di fatture considerate false e sulla stipula di contratti per prestazioni ritenute inesistenti. Attraverso queste operazioni, dall’impresa in crisi sarebbero confluite disponibilità finanziarie per circa un milione di euro verso una società riconducibile agli indagati.
Le somme, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero poi state trasferite verso conti personali e professionali degli stessi soggetti, configurando il successivo reimpiego delle risorse come autoriciclaggio.
La situazione economica dell’azienda si sarebbe progressivamente deteriorata, coinvolgendo anche i circa 40 dipendenti della struttura. Nel periodo considerato sarebbero inoltre stati sottoscritti due contratti di leasing per altrettante Ferrari Roma, con un costo mensile complessivo di circa 7 mila euro, oltre alle spese assicurative.
Le vetture, secondo quanto riferito dagli investigatori, sono state trovate in garage nella disponibilità degli indagati, pur non risultando formalmente parte della società.
Nel frattempo l’impresa avrebbe avviato procedure di licenziamento e sarebbe stata interessata da proteste dei lavoratori per il mancato pagamento degli stipendi. Il quadro patrimoniale ricostruito avrebbe evidenziato un passivo vicino agli 11 milioni di euro, a fronte di un attivo di poco superiore agli 800 mila euro.
Le pressioni sul prestanome e la liquidazione giudiziale
Nel settembre 2023 il prestanome della società avrebbe presentato le proprie dimissioni, salvo poi ritirarle successivamente dopo presunte pressioni ricevute dagli indagati.
Secondo la ricostruzione investigativa, gli sarebbe stato prospettato che eventuali responsabilità avrebbero potuto coinvolgere tutti i soggetti interessati e sarebbero state fornite informazioni sul passato giudiziario di uno degli indagati. Il prestanome avrebbe quindi rinunciato alle dimissioni senza presentare denuncia.
Successivamente, gli indagati avrebbero cercato di evitare l’apertura della liquidazione giudiziale, sostenendo davanti al Tribunale di Bergamo la possibilità di un recupero dell’impresa attraverso nuovi finanziamenti. Le verifiche avrebbero però rilevato, secondo gli inquirenti, l’assenza di interventi concreti per rispettare gli impegni dichiarati.
Un modello replicato in altre quattro aziende
Gli approfondimenti della Guardia di finanza avrebbero fatto emergere anche altri episodi con modalità analoghe. Lo stesso schema sarebbe stato applicato ad almeno altre quattro società, alle quali sarebbe stato prospettato un percorso di rilancio mentre, secondo la ricostruzione investigativa, le risorse sarebbero state progressivamente ridotte.
In questi casi il valore delle somme sottratte alle aziende sarebbe superiore a 1,5 milioni di euro. Tra le realtà coinvolte figurerebbe anche un’importante azienda industriale con circa 200 dipendenti e una significativa capacità produttiva.
Per questa società è stato disposto il sequestro del 100% delle quote della controllante. La gestione è stata affidata a un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Bergamo con l’obiettivo di garantire la continuità dell’attività e tutelare i lavoratori.
Nel febbraio 2025, secondo gli accertamenti, sarebbero stati ottenuti due finanziamenti per un totale di 3,3 milioni di euro, con una garanzia Sace del 70%. Le somme erano destinate ad acquistare impianti e macchinari, innovare la tecnologia aziendale e aumentare la capacità produttiva.
Le verifiche avrebbero invece evidenziato che circa 2,2 milioni di euro sarebbero stati utilizzati per finalità diverse da quelle previste, compromettendo gli obiettivi collegati ai finanziamenti.
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