Covid, cinque anni fa l’inizio della tempesta: il ricordo di Bergamo

l 22 febbraio 2020 il primo caso sospetto al Papa Giovanni. Poi l’escalation fino a 550 ricoverati e la crisi sanitaria senza precedenti.

Cinque anni fa, il 22 febbraio 2020, Bergamo entrava nella storia della pandemia da Covid-19 con il primo caso sospetto all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Da quel momento, il virus si diffuse con una velocità impressionante, trasformando il nosocomio bergamasco nella più grande terapia intensiva Covid d’Europa.

Secondo il racconto di Fabio Pezzoli, allora direttore sanitario dell’Asst Papa Giovanni XXIII, il timore divenne realtà il 23 febbraio, quando un fax dall’ospedale San Matteo di Pavia confermò la positività al virus. Da lì partì un’escalation che portò l’ospedale a riconvertire interi reparti, arrivando a 550 posti letto Covid e oltre 80 di terapia intensiva. “Abbiamo fatto tutto il possibile”, ricorda Pezzoli, sottolineando come in quei giorni si registrassero 20-25 decessi al giorno.

Bergamo, epicentro della pandemia: un’emergenza senza risposte

La domanda che da anni accompagna la città è: perché proprio Bergamo? A distanza di tempo, la risposta non è ancora chiara. All’inizio, la percezione del virus era limitata: la Cina sembrava lontana e si pensava che il focolaio di Codogno potesse restare circoscritto. Tuttavia, la diffusione del Covid nella bergamasca fu devastante, con numeri che superarono ogni previsione e portarono persino al trasferimento di pazienti in Germania.

Secondo quanto detto Maria Beatrice Stasi, direttore generale dell’Asst Papa Giovanni dal 2019 al 2023, a L’Eco di Bergamo, l’emergenza sanitaria vissuta a Bergamo è stata “la madre di tutte le esperienze”. La crescita esponenziale del virus colse tutti di sorpresa e, nei primi giorni, fu difficile far comprendere persino a livello istituzionale l’entità del disastro in corso.

Il 3 marzo 2020, una conferenza stampa dell’ospedale portò alla consapevolezza della gravità della situazione. La notizia del ricovero di un neonato positivo al Covid contribuì a rendere chiaro l’impatto della pandemia sulla città. I dispositivi di protezione arrivavano con il contagocce e in alcuni giorni si disponeva di scorte per appena 24 ore.

Sanità e investimenti: promesse non mantenute

A distanza di cinque anni, il bilancio lascia l’amaro in bocca. Secondo Pezzoli, la crisi pandemica avrebbe dovuto segnare un punto di svolta negli investimenti sulla sanità, ma le promesse fatte all’epoca non sono state mantenute. Il personale sanitario è aumentato solo di poco e le iniziative sulla medicina di territorio stanno prendendo forma solo ora, con l’introduzione delle Case di comunità.

L’esperienza vissuta a Bergamo durante la pandemia rimane indelebile nella memoria di chi l’ha affrontata in prima linea. Per la città, il Covid non è solo una pagina di storia, ma una ferita ancora aperta che impone riflessioni sulla sanità e sulla gestione delle emergenze future.

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