Stefano Mazzoleni, l’oriundo valdimagnino della robotica medica: “Il rapporto con San Pellegrino e Genesis”

Dalle radici familiari a Sant'Omobono Terme fino ai laboratori universitari e agli ospedali italiani: la storia del professore che ha contribuito allo sviluppo della robotica applicata al recupero motorio dopo l’ictus e nelle patologie neurologiche

Un esperto internazionale con radici in Valle Imagna

Con oltre 130 pubblicazioni scientifiche all’attivo, il professor Stefano Mazzoleni, 54 anni di Pontedera (Pisa), rappresenta una delle figure più importanti nel panorama della robotica applicata alla medicina.

Professore di bioingegneria al Politecnico di Bari e alla Scuola IMT Alti Studi di Lucca, Mazzoleni è riconosciuto come uno dei principali esperti e promotori della robotica in ambito medico, sia a livello nazionale sia internazionale.

Il suo percorso professionale si intreccia anche con la Valle Imagna: il professore è infatti legato alla frazione Mazzoleni di Sant’Omobono Terme attraverso il nonno paterno, elemento che trova un richiamo anche nel cognome.

Negli ultimi anni Mazzoleni è diventato una presenza costante nei convegni dedicati alla robotica nella neuroriabilitazione organizzati dall’Associazione Genesis a San Pellegrino Terme.

Un legame rafforzato anche dall’amicizia con il presidente dell’associazione, il dottor Giampietro Salvi, neurologo dell’Istituto Clinico Quarenghi. I due sono stati protagonisti anche di un incontro pubblico dell’associazione a San Pellegrino Terme: nella fotografia del convegno, a sinistra compare Mazzoleni, mentre a destra è presente Salvi.

Il primo incontro con la robotica riabilitativa in Italia

La robotica è oggi sempre più presente nella vita quotidiana e anche il settore sanitario sta vivendo una trasformazione significativa. Protesi, esoscheletri, dispositivi indossabili e altre tecnologie avanzate stanno contribuendo a migliorare la qualità della vita di persone con disabilità o patologie neurologiche.

Tra le applicazioni più innovative c’è la neuroriabilitazione robotica, un settore nel quale Mazzoleni ha avuto un ruolo diretto fin dagli esordi italiani.

“Dopo oltre 20 anni di esperienza – spiega Mazzoleni -, la comunità scientifica italiana ha ormai capito quanto sia importante l’uso dei sistemi robotici. Nel 2005 arrivò in Italia, a Pisa, il primo robot per la riabilitazione dell’arto superiore per pazienti post-ictus. Io ero lì. In quella occasione, mi sono trovato esattamente al posto giusto nel momento giusto: ero professore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (centro universitario d’eccellenza, ndr), dove ho lavorato fino al 2020 e dove tuttora sono professore affiliato. A Pisa ho avuto la possibilità di testare le capacità di quel primo robot con alcuni pazienti in ospedale”.

I vantaggi dei robot nella riabilitazione neurologica

L’introduzione dei sistemi robotici ha aperto nuove possibilità nei trattamenti dedicati ai pazienti con difficoltà motorie, soprattutto dopo eventi neurologici come l’ictus.

“Il robot è un sistema sicuro, senza rischi per il paziente e che può, come abbiamo scritto in diversi studi, dare un contributo alla riduzione del danno motorio. Nel caso del robot per la riabilitazione del braccio giunto in Italia oltre 20 anni fa, io e i miei colleghi eravamo riusciti a dimostrare che il movimento con il braccio meccanico non aumenta la spasticità. Inoltre avevamo scoperto che il robot permetteva al paziente di fare più esercizi ad alta intensità nello stesso tempo del trattamento tradizionale”.

Secondo le ricerche condotte negli anni, quindi, la tecnologia robotica può permettere un incremento dell’intensità degli esercizi senza compromettere la sicurezza del percorso riabilitativo.

La scoperta che ha cambiato l’approccio all’ictus cronico

Uno degli aspetti più innovativi emersi dagli studi sulla robotica riguarda la possibilità di recupero anche dopo molti mesi dall’evento neurologico.

“Venti anni fa il pensiero comune della comunità scientifica era che a distanza di 6 mesi dall’ictus, quindi con ictus cronico, non si potevano più avere margini di miglioramento attraverso la riabilitazione. Invece con il robot abbiamo dimostrato che ci sono possibilità di migliorare anche dopo i sei mesi”.

Una conclusione che ha contribuito a modificare le prospettive della riabilitazione neurologica, mostrando come il cervello e il sistema motorio possano mantenere capacità di adattamento anche in fasi considerate in precedenza meno favorevoli.

Le nuove sfide della ricerca sulle patologie neurologiche

La ricerca sulla robotica medica non è però arrivata al punto finale. Restano ancora molte domande alle quali la comunità scientifica sta cercando di rispondere.

“Ma c’è ancora moltissimo da scoprire ad esempio, quali sono i pazienti che possono beneficiare di più da questi trattamenti robotici? Ci sono moltissimi studi che confermano l’efficacia sull’ictus, condotti anche da me, ma c’è meno evidenza su altre patologie come la sclerosi multipla, le lesioni midollari e la malattia di Parkinson – spiega ancora il professore -. I primi anni abbiamo fatto ricerche più generalizzate, ora è arrivato il momento di scendere più nello specifico, andando a cercare anche le differenze tra fascia di età, o donne e uomini”.

Il rapporto tra intelligenza artificiale e robotica

Tra le prospettive più interessanti per il futuro c’è l’integrazione tra intelligenza artificiale e sistemi robotici.

“L’IA e la robotica, fino a poco tempo fa, erano separati in casa – scherza Mazzoleni -. Negli ultimi cinque anni, invece, le due tecnologie hanno iniziato a dialogare: l’intelligenza artificiale può, ad esempio, ottimizzare il controllo dei robot, può aiutarci nell’analisi dei dati, soprattutto quando sono tanti. E con i dati ricavati possiamo creare una predizione di recupero del paziente. Sebbene si tratti di proiezioni probabilistiche, queste possono dare informazioni molto utili, ad esempio: se il recupero non è quello atteso, allora si possono fare modifiche al modello affinché le previsioni risultino migliori. Quello tra IA e robot è un matrimonio che potrebbe durare”.

Dal laboratorio al Servizio Sanitario Nazionale

Una delle grandi trasformazioni degli ultimi anni riguarda l’ingresso della robotica all’interno del sistema sanitario italiano.

“Abbiamo fatto dei passi in avanti anche in tal senso – spiega un ottimista Mazzoleni –. Ci sono voluti vent’anni per fare in modo che il Ministero della Salute riconoscesse la terapia con robot in una tariffa all’interno Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Gli ospedali usavano questi robot più che altro per fare sperimentazione. Oggi fanno parte del nostro sistema sanitario. Purtroppo però la tariffa non prevede l’uso dei robot per le malattie neurodegenerative, quindi sono esclusi, ad esempio, malattia di Parkinson e sclerosi multipla. Se continueremo a lavorare per dimostrare che ci sono effetti positivi anche per pazienti con queste malattie, in futuro non sarà impossibile allargare il cerchio”.

Robot e territorio: il ruolo delle Case di Comunità

Il futuro della robotica riabilitativa potrebbe non riguardare soltanto gli ospedali, ma anche i servizi territoriali.

“Sarebbe interessante creare un meccanismo virtuoso nel quale strutture socio-sanitarie come le Case di Comunità si dotino di una batteria di robot che poi vengono affidati gratuitamente ai pazienti bisognosi che, a fine trattamento, andranno a riconsegnare. Così si andrebbe a generare una continuità tra Ospedale e territorio, senza ulteriore spesa per il paziente. Ovviamente poi andrebbero formate anche le persone e i caregiver che utilizzeranno questa tecnologia, che diventa sempre più complessa”.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi costruire un modello nel quale tecnologia, ricerca e assistenza possano integrarsi per rendere la riabilitazione robotica sempre più accessibile e vicina alle esigenze dei pazienti.

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