La Corte d’assise di Bergamo ha condannato all’ergastolo Moussa Sangare per l’omicidio di Sharon Verzeni, la barista di 33 anni uccisa nella notte del 30 luglio 2024 a Terno d’Isola. La sentenza è stata pronunciata alle 17.45 di mercoledì 25 febbraio, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio.
Alla lettura del verdetto, l’imputato è rimasto impassibile. In aula, invece, si sono levate le lacrime e i singhiozzi dei familiari della vittima. La sorella Melody, fuori dal tribunale, ha letto una nota a nome della famiglia: “Riteniamo che la pena decisa dalla Corte sia quella prevista dalla legge”. La difesa ha già annunciato ricorso in Appello.
Secondo la ricostruzione processuale, Sangare, 30 anni, nato a Milano da genitori maliani, avrebbe lasciato la propria abitazione a Suisio quella sera seguendo un impulso omicida. In centro a Terno d’Isola avrebbe incrociato Sharon, uscita per una passeggiata notturna per sfuggire al caldo. Cinque coltellate dopo averle chiesto scusa, poi la fuga in bicicletta. L’arresto è arrivato un mese più tardi, al termine delle indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Bergamo.
La Corte ha accolto la richiesta della Procura, che aveva sollecitato l’ergastolo con le aggravanti dei futili motivi e della premeditazione. Il pubblico ministero Emanuele Marchisio ha definito l’imputato “un narciso che ha sacrificato una vita umana per soddisfare il proprio ego”, sottolineando le molte evidenze emerse a suo carico nel corso del dibattimento.
Al centro della discussione finale anche la questione del Dna. Il nuovo difensore di Sangare, l’avvocato Tiziana Bacicca, ha depositato una memoria in cui contesta alcuni punti dell’indagine, ipotizzando una possibile contaminazione della traccia genetica repertata sulla mountain bike. Secondo la difesa, la presenza di un’unica traccia mista (vittima-imputato) sarebbe un elemento da approfondire.
La Procura ha respinto l’ipotesi, evidenziando che la probabilità che quella traccia sia effettivamente riconducibile a Sharon e Sangare è “diecimila miliardi di volte più probabile rispetto ad altre combinazioni”. Per l’accusa, anche in assenza del Dna il quadro probatorio sarebbe stato sufficiente a sostenere l’impianto accusatorio.
Nel corso del processo è stata riconosciuta una provvisionale complessiva di 893mila euro in favore dei familiari della vittima. Il caso, che nell’estate 2024 aveva generato forte allarme nell’opinione pubblica, si chiude in primo grado con una condanna severa, destinata però a essere riesaminata in Appello.
All’uscita dal tribunale, la sorella di Sharon ha espresso amarezza per il mancato riconoscimento di responsabilità da parte dell’imputato: “Abbiamo sperato fino all’ultimo che riconoscesse il suo efferato delitto”. Un processo che lascia una ferita profonda nella comunità e che, con il ricorso annunciato, non è ancora definitivamente concluso.
Seguici su
Aggiungi bergamotomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.