Omicidio di Martinengo, Caryl Menghetti in aula: “Non ricordo nulla di quella sera”

La 46enne, accusata di aver ucciso il marito, resta nella Rems: per i periti non ci sono alternative alla detenzione psichiatrica

“Non ricordo nulla di quella sera”. Con queste parole, Caryl Menghetti ha risposto alle domande della Corte d’Assise durante l’udienza del 19 maggio, chiamata a ricostruire quanto accaduto la sera del 26 gennaio 2024, quando il marito Diego Rota è stato ucciso a coltellate nella loro abitazione di Martinengo. La donna, 46 anni, è attualmente detenuta nella Rems di Castiglione delle Stiviere, struttura psichiatrica in cui i periti del tribunale ritengono debba continuare a rimanere.

Nel corso della deposizione, Menghetti ha raccontato la sua storia personale e familiare, partendo dal matrimonio con Diego, conosciuto nel 2005 e sposato nel 2009. La coppia aveva cercato a lungo un figlio e, dopo aver ricorso all’inseminazione artificiale, Caryl era rimasta incinta di due gemelli. Solo la bambina, oggi di otto anni, è sopravvissuta alla gravidanza, interrotta per complicazioni del gemello maschio.

Dal 2020 inizia la spirale del disagio psichico. Menghetti ha riferito di essere stata ricoverata nel reparto di Psichiatria dell’ospedale di Treviglio a causa di una crescente paura che qualcuno potesse abusare della figlia. Timori che si erano attenuati con la terapia, poi interrotta su consiglio medico, e successivamente ripresentati in forma più acuta. Da quel momento, il rapporto con il marito si è deteriorato, segnato da frequenti litigi e da un desiderio di separazione mai condiviso da lui.

La mattina del 26 gennaio, sentendosi sopraffatta dalle paure, Caryl aveva chiesto di essere ricoverata.Accompagnata in ospedale, il marito aveva però deciso di riportarla a casa firmando per le dimissioni. Di quanto accaduto dopo, la donna sostiene di non avere alcun ricordo. L’unica certezza, ha dichiarato, è che Diego aveva messo a letto la loro figlia. Poi, il buio

Durante l’udienza sono stati ascoltati due esperti: Sergio Monchieri, perito del tribunale, e Massimo Picozzi, consulente della parte civile. Entrambi hanno concluso che Menghetti deve restare nella Rems dove attualmente è inserita e segue un percorso terapeutico. “Non si sente pronta a tornare a casa, né a trasferirsi in una comunità”, hanno riferito, evidenziando come un evento traumatico o mediatico potrebbe scatenare un nuovo scompenso.

Secondo Monchieri, la donna sta iniziando solo ora ad affrontare quanto accaduto, dopo mesi in cui era focalizzata esclusivamente su se stessa e sulla figlia. Negli ultimi colloqui, ha mostrato i primi segni di senso di colpa per l’omicidio del marito, esprimendo anche perplessità sul fatto che Diego non abbia tentato di difendersi.

Anche le molestie subite all’età di sei anni, riaffiorate nel 2020 durante la terapia, e l’interruzione traumatica della gravidanza, secondo Picozzi, hanno influito sullo stato psichico dell’imputata, contribuendo a una condizione di forte instabilità.

La prossima udienza è fissata per il 23 giugno, quando si terrà la discussione. In sede di udienza preliminare, Caryl Menghetti era già stata giudicata incapace di intendere e di volere. Se questa valutazione sarà confermata, verrà assolta per vizio totale di mente, ma resterà comunque detenuta nella Rems per motivi di sicurezza.

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