Manifattura bergamasca: cresce la cassa integrazione, salari e dazi pesano sul futuro

Sindacati preoccupati: metalmeccanica e tessile i settori più colpiti. Aumentano le ore di Cig, rallenta la contrattazione e restano le incognite internazionali.

La manifattura bergamasca affronta una ripartenza segnata da forti criticità. Con la fine delle fermate estive e il ritorno alla piena attività dal 27 agosto, i dati sulla cassa integrazione segnalano un peggioramento della situazione produttiva. Secondo la Cisl, nel primo semestre del 2025 le aziende della provincia hanno accumulato quasi 10 milioni di ore di Cig, in crescita rispetto agli anni precedenti.

I settori più colpiti

«Il peso maggiore riguarda la metalmeccanica, salita dal 58,3% al 61,8% del totale», spiega Luca Nieri, segretario Cisl Bergamo. A incidere è soprattutto la crisi dell’automotive, che da anni condiziona il comparto, aggravata dalla transizione energetica in corso. Anche il tessile mostra un aumento significativo, passando dal 17% al 20% delle ore di cassa.

L’artigianato non è immune: il fondo Fsba ha visto Bergamo utilizzare quasi il 15% delle risorse lombarde, seconda solo a Brescia e Milano. Un dato che conferma la pressione diffusa su più fronti.

Il nodo salariale

Alla crisi produttiva si somma la questione stipendi. «I contratti collettivi sono la prima risposta, con aumenti giusti e rapidi», sottolinea Nieri. Ma il rinnovo per i metalmeccanici, che in provincia coinvolge quasi 70mila lavoratori, è fermo. Lo stallo rischia di bloccare anche la contrattazione aziendale, lasciando senza aggiornamenti economici migliaia di dipendenti.

Incertezze geopolitiche ed economiche

Per Marco Toscano, segretario generale Cgil Bergamo a L’Eco di Bergamo: «la persistenza di richieste elevate di Cig anche a giugno rispetto al periodo pre-Covid è segnale di un clima di incertezza». Il quadro internazionale non aiuta: «Il conflitto in Ucraina e i dazi, soprattutto con gli Stati Uniti, creano uno scenario imprevedibile per un territorio fortemente legato all’export».

Pasquale Papaianni (Uil) richiama invece l’attenzione sull’esigenza di una strategia infrastrutturale: «L’interporto è una priorità. Serve una visione condivisa, con una zona logistica speciale che riduca i costi fiscali per le imprese».

Tra segnali contrastanti

Mentre la manifattura fatica, commercio e servizi mostrano segnali positivi. Ma i sindacati avvertono: senza interventi mirati e senza una politica industriale chiara, la provincia rischia di restare tra le aree più fragili d’Italia per impatto occupazionale.

Redazione

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