Nella mattinata di lunedì 2 settembre, Moussa Sangare è stato interrogato nel carcere di Bergamo, confermando la sua responsabilità nell’omicidio di Sharon Verzeni avvenuto a Terno d’Isola. Il colloquio, durato fino alle 11, ha messo in luce ulteriori dettagli sulle circostanze che hanno portato al tragico evento. Sangare ha ribadito di non essere in grado di fornire una spiegazione precisa per il suo gesto, dichiarando che non c’era una motivazione specifica dietro l’omicidio.
L’avvocato di Sangare, Giacomo Maj, ha spiegato che il suo assistito non è uscito di casa con l’intenzione premeditata di uccidere qualcuno, ma piuttosto spinto da un “feeling” o sensazione che lo obbligava a fare del male, senza sapere esattamente a chi o cosa. Questo stato mentale confuso e inquietante è stato sottolineato come un possibile elemento di difesa. “Non è un aspetto da sottovalutare,” ha aggiunto l’avvocato, lasciando intendere che una perizia psichiatricapotrebbe essere necessaria per valutare meglio le condizioni mentali di Sangare.
Durante l’interrogatorio, Sangare ha anche confermato di aver colpito una statua con un coltello prima di incontrare Sharon quella notte. Questo atto, apparentemente privo di senso, sembra rientrare nella serie di comportamenti bizzarri e violenti manifestati dal giovane nelle ore precedenti l’omicidio. Ha inoltre ricordato l’episodio in cui ha minacciato due ragazzini, mostrando loro la lama del coltello.
L’avvocato Maj ha cercato di minimizzare il significato della sagoma di cartone sequestrata nella casa occupata di Sangare a Suisio, affermando che il 30enne la utilizzava per esercitarsi nel tiro con l’arco, uno degli sport che praticava.
Nel corso della giornata, i carabinieri hanno pianificato un sopralluogo nella casa di Suisio, dove Sangare viveva. Questo ulteriore passaggio investigativo potrebbe rivelare nuovi elementi utili per chiarire il contesto in cui è maturato il delitto.
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