Il sentimento della guerra in cinque stanze e 37 artisti: “de bello” inaugura a Gres Art 671

Un percorso lungo sette secoli in cinque stanze e 37 autori: la prima collettiva di gres art 671 affronta la guerra nel sentimento di chi la subisce e chi la descrive sotto le più diverse forme d'arte

Da “Forse sì, forse no” di Arcangelo Sassolino, l’incudine di tre quintali su una lastra di vetro piegata sotto la forza dirompente dei dubbi in bilico tra pace e guerra, alle macerie fisicamente riprodotte ai piedi delle foto-arazzi-jacquard del fotoreporter Gabriele Micalizzi. “De bello. Notes on peace and war”, presentata in anteprima per i mass media, inaugura mercoledì 16 aprile per chiudersi il prossimo 12 ottobre a gres art 671, via San Bernardino 141 a Bergamo la prima mostra collettiva del nuovo spazio espositivo che in precedenza aveva ospitato le opere della sola Marina Abramovich. Il percorso si snoda attraverso cinque stanze in un crescendo di visioni della guerra dalla specola particolare del singolo artista-documentarista: la Faccia Apparente, l’Allarme, la Guerra, le Macerie o Sala degli Arazzi e la Resistenza, umana e anche floro-faunistica, alle tragedie belliche.

Voci da “de bello”: l’universalità del tema e del linguaggio artistico

“Questa mostra nasce più di due anni fa da un pranzo con Stefania Danzi di Italmobiliare, con Fondazione Pesenti alla base del progetto gres art, prima ancora che si ponesse la prima pietra, e il reporter di guerra Salvatore Garzillo – esordisce Roberto Pesenti, presidente di Gres Art 671 -. Lui era reduce dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, ma l’intento era ed è di parlare della guerra in senso universale, come la vedono le popolazioni colpite. L’arte è multisciplinare come non mai: le forme espressive in esposizione sono le più varie”. Dalla sua, Garzillo, l’ideatore della collettiva, spiega iln senso di “de bello”: “Raccontiamo cos’è un conflitto. Da cronista scrivo quello che vedo, da disegnatore riporto quello che sento. La guerra è una tragedia che amplifica ciò che siamo, nel bene e nel male. Il professor Alessandro Barbero, alla Fiera del Libro, mi ha spiegato che la differenza tra lo storico e il cronista risiede nel tempo: se la prospettiva è sballata per il secondo, influenza anche il primo”.

I curatori: la guerra e l’arte, linguaggio universale

“La decisione è stata di non occuparci di un conflitto specifico, ma di affrontare la guerra come tema universale col linguaggio universale dell’arte in ogni sua forma – precisa la curatrice Erica Petrillo del collettivo interdisciplinare 2050+ -. La prospettiva dei 37 autori si snoda lungo sette secoli di storia ed è transgeografica, cioè trascende confini e specificità territoriali. La guerra è vista dagli occhi dei più deboli, di chi la subisce di più, donne e bambini”. “Tra le forme d’arte utilizzate nel percorso di ‘de bello’ c’è anche quella tessile, una forma di resistenza e resilienza, fino ai videogames in cui i partecipanti si filmano mentre tentano di disertare – rimarca l’altro curatore Ippolito Pestellini Laparelli, autore dell’exhibition design con Sara Barbini, Francesca Lantieri e Raphael Uhl che ha poi guidato le visite di stampa e tv insieme, tra gli altri ideatori-curatori, a Francesca Acquati –. Una mostra che è un grande sforzo collettivo documentale: del resto anche la propaganda di serve di ogni mezzo, dal cinema al teatro, come performances del potere. L’atmosfera resta sempre in sospeso tra il bunker e la casa ideale, appunto tra guerra e pace“.

Le stanze e gli autori: dai codici cinquecenteschi agli arazzi di Micalizzi

“ibis, redibis non morieris in bello”. “You will go to war, you will come back, you will not die”. La stanza numero 1 si apre con l’opera al neon di Claire Fontaine, il monito-profezia della Sibilla Cumana. Da Sassolino alle pietre ai piede delle foto-arazzi (su Gaza, sulla fine del “faraone” Mubarak, sulla presa di Mossul e la fine del califfati, fino a Mariupol) di Micalizzi, un itinerario lungo e coinvolgente nei duecento metri quadrati dell’ex fabbrica di calcestruzzi prima del rondò di Colognola, un esempio insigne di archeologia industriale a riconversione funzionale. Tra l’arte intesa come resilienza e opposizione ma insieme anche documentazione, il tappeto afghano del 1979 raffigurante l’invasione sovietica con la riproduzione in ricamo di mezzi bellici: l’arte come fonte di sostentamento, visto che opere del genere si trovano ancora a distanza di decenni nei mercatini e all’epoca consentivano a intere famiglie di mantenersi.

L’arte e la guerra nei secoli

C’è un documento straordinario come il “Defecerunt” del 1526 di Sant’Antonino da Firenze intorno al principe messo di fronte alla coscienza di una guerra ingiusta, c’è la battaglia tra i Troiani e la vergine Camilla del 1496 di Jacopo Ripanda, prestito dell’Accademia Carrara, partner dell’iniziativa. E c’è un classico del Risorgimento italiano come la Battaglia di San Martino di Andrea Gastaldi, fino al primissimo Alberto Burri con le sue opere “ferite” da medico dell’esercito italiano internato in Texas nel secondo conflitto e agli animali intrappolati nel petrolio della Guerra del Golfo di Monira al Qadiri o Mine Kafon, il dispositivo antimine in plastica, bambù e ferro di Massoud Hassani, passando dalla Beirut nel 1991 delle immagini di Gabriele Basilico e dalla documentazione dei danni del bombardamenti allo stabilimento grafico di Achille Capetta, proprietario e videoamatore in nove millimetri e mezzo, nella Milano del 1943.

De bello. Notes on war and peace

Dal 16 aprile al 12 ottobre 2025, gres art 671 ospita dunque “DE BELLO. Notes on War and Peace”, la sua prima grande mostra collettiva, curata insieme al collettivo interdisciplinare 2050+, in un allestimento che occupa oltre 2000 metri quadrati dell’ex spazio industriale Gres di Bergamo in fondo a via San Bernardino, prima della rotonda tra Colognola e le circonvallazioni. L’esposizione rappresenta un’analisi visiva e concettuale del conflitto, spaziando attraverso sei secoli di produzione artistica e oltre trenta artisti internazionali.

Dall’Ucraina al Medio Oriente: un percorso emotivo tra geografie e tempi

La mostra è pensata come un itinerario emotivo e storico, che attraversa epoche e luoghi: dall’età moderna al Risorgimento, fino ai conflitti contemporanei in Ucraina, Medio Oriente e Sud America. La narrazione non è lineare, ma trasversale: dalla falsa sicurezza della pace all’irrompere dello scontro, dalla resistenza alla distruzione, fino al bisogno di rinascita.

Il progetto include opere storiche e contemporanee di nomi celebri come Joseph Beuys, Marina Abramović, Anselm Kiefer, Claire Fontaine, insieme a nuove voci come Monira Al Qadiri, Masbedo, Mohamed Choucair e Total Refusal. Non mancano prestiti importanti da istituzioni culturali italiane e internazionali, a conferma del valore curatoriale dell’iniziativa.

La live performance: suoni in ambienti di guerra

In occasione dell’inaugurazione di “de bello. notes on war and peace”, l’artista libanese Mohamed Choucair, tra i 37 artisti esposti, regalerà al pubblico una live perfomance sonora realizzata con suoni registrati in ambienti di guerra, dall’evocativo titolo “Don’t look up”. La performance si terrà alle ore 19.30 del 16 aprile, con ingresso gratuito su prenotazione. Per registrarsi: https://ticket.gresart671.org/acquisto/evento.aspx?ID=7196

Il monocromo della guerra

Le opere sono inserite in una scenografia monocromatica realizzata interamente con mattoni prefabbricati in cemento, che definiscono una serie di strutture murarie, con diverse altezze, ed evocano un ambiente domestico smembrato, nonché la possibilità della sua ricostruzione.

In mostra:

Marina Abramović, Lawrence Abu Hamdan, Monira Al Qadiri, Maja Bajević, Gabriele Basilico, Joseph Beuys, Antonio Bermúdez, Alberto Burri, Daya Cahen, Achille Capetta, Mohamed Choucair, Dima Fatum, Claire Fontaine, Anton Frankovitch, Salvatore Garzillo, Andrea Gastaldi, Maees Hadi, Massoud Hassani, Alfredo Jaar, Anselm Kiefer, Tillmann Lauterbach, Cristina Lucas, Basilio Maritano, Masbedo, Claudia Mastroroberto, Mateo Maté, Gabriele Micalizzi, Boris Mikhailov, Serena Oddo, Jacopo Ripanda, Sant’Antonino da Firenze, Salvatore Scarpitta, Masha Shubina, Jonas Staal, Arcangelo Sassolino, Total Refusal.

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