Omicidio Claris, il fratello di Jacopo De Simone è già in carcere per un altro delitto

Carmine De Simone coinvolto nel massacro di Valbrembo: uccise un uomo per 50 euro e una vecchia auto. Sotto i riflettori la storia familiare del reo confesso

La tragedia di Bergamo si arricchisce di un inquietante intreccio familiare. Jacopo De Simone, il 19enne che ha confessato l’omicidio di Riccardo Claris, accoltellato alla schiena nella notte tra il 3 e il 4 maggio a margine di una rissa tra tifosi nei pressi del Gewiss Stadium, ha un fratello già detenuto per un altro omicidio.

Carmine De Simone, fratello maggiore di Jacopo e adottato prima della nascita del 19enne, è uno dei due giovani arrestati per il massacro di Luciano Muttoni, avvenuto a Valbrembo nel 2023. In quel caso, la vittima venne uccisa brutalmente per una rapina da appena 50 euro, un cellulare e una vecchia Volkswagen Golf. Secondo gli inquirenti, dietro al gesto potrebbe esserci stata anche una ripicca personale.

Carmine, oggi 25enne, ha un passato complicato tra comunità per minori, tentativi di disintossicazione e violenze pregresse: da giovanissimo era stato già coinvolto in una rapina ai danni di un coetaneo. Risultava ufficialmente residente a Bergamo, ma di fatto viveva senza fissa dimora. A uccidere Muttoni insieme a lui fu Mario Vetere, 24 anni, cittadino polacco anche lui adottato da una famiglia italiana e impiegato come aiuto animatore in una comunità terapeutica brianzola.

Il nome della famiglia De Simone, dunque, torna all’attenzione degli inquirenti, coinvolta in due omicidi a distanza di pochi mesi, entrambi commessi da giovani con un vissuto segnato da difficoltà familiari, marginalità e disagio sociale.

Nel caso di Jacopo, la dinamica del gesto è ormai tracciata: secondo le indagini, il ragazzo sarebbe salito a casa – situata a pochi metri dal luogo della lite – per prendere un coltello da cucina con impugnatura in ceramica, con cui avrebbe poi colpito Claris alla schiena, uccidendolo. Il 19enne avrebbe agito per difendere uno dei fratelli, coinvolto nello scontro tra fazioni opposte di tifosi.

L’episodio di via Ghirardelli ha scosso l’intera comunità bergamasca, non solo per la brutalità dell’atto, ma anche per il contesto in cui è maturato: una lite per futili motivi calcistici, degenerata in omicidio. L’accostamento con quanto accaduto mesi fa a Valbrembo, però, sposta l’attenzione anche sul contesto familiare e sociale in cui si sono formati i due fratelli, sollevando interrogativi sulle mancate occasioni di intervento preventivo.

Le indagini su entrambi i casi proseguono su binari separati, ma con un filo rosso comune: giovani che hanno ceduto alla violenza estrema, portando a due tragedie che Bergamo faticherà a dimenticare.

Redazione

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