È tornato oggi in aula il caso dell’omicidio di Sharon Verzeni, la 33enne uccisa il 30 luglio 2024 mentre passeggiava per le vie di Terno d’Isola. Al centro dell’udienza presso la Corte d’assise di Bergamo, la discussione della perizia psichiatrica che riguarda Moussa Sangare, accusato del delitto e già condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia.
La perizia, affidata alla dottoressa Giuseppina Paulillo, direttrice dell’Unità operativa complessa di psicopatologia forense dell’Ausl di Parma, conferma che Sangare era perfettamente capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Il documento era stato consegnato in estate e oggi, 22 settembre, è stato discusso alla presenza dei consulenti delle parti: Sergio Monchieri per la Procura, Massimo Biza per le parti civili, affiancato dall’avvocato Luigi Scudieri, e Alessandro Calvo per la difesa.
Il quadro clinico tracciato dagli esperti parla di un disturbo misto di personalità, con tratti narcisistici e antisociali, accompagnato da un disturbo legato all’uso di cannabinoidi. Tuttavia, secondo la perizia, queste patologie non avrebbero compromesso la capacità dell’imputato di comprendere la realtà, né si sarebbero manifestati sintomi deliranti o dissociativi tali da giustificare una riduzione della sua imputabilità.
Sangare, 30 anni, nato a Milano da genitori maliani, aveva inizialmente confessato il delitto durante l’interrogatorio davanti al PM Emanuele Marchisio, salvo poi ritrattare tutto in aula, proclamandosi innocente. Durante la prima udienza del processo, aveva affermato di essere solo un testimone, di aver assistito alla scena per poi fuggire per paura. Una versione che ha sorpreso persino il suo difensore, l’avvocato Giacomo Maj, e che si contrappone alla confessione iniziale, considerata dagli inquirenti piena e volontaria.
Il comportamento dell’imputato viene descritto come freddo, privo di rimorsi e privo di empatia nei confronti delle vittime e dei familiari, in particolare madre e sorella, anch’esse oggetto in passato di comportamenti violenti. Sangare appare come un soggetto anaffettivo, focalizzato su sé stesso e sulla propria sopravvivenza economica, incapace di stabilire relazioni empatiche durature.
La dottoressa Paulillo sottolinea inoltre come l’atteggiamento di Sangare sembri orientato a evitare il confronto con le proprie responsabilità, adottando una strategia di rimozione e distacco emotivo, che si traduce in superficialità anche durante le udienze. Questo tipo di approccio, secondo la relazione, non costituisce un elemento di patologia incompatibile con la responsabilità penale.
Non è la prima volta che Sangare viene ritenuto capace di intendere e volere. Già nel luglio scorso, una seconda perizia psichiatrica condotta dalla dottoressa Valentina Stanga, incaricata nel procedimento abbreviato per i maltrattamenti, aveva confermato lo stesso giudizio di piena imputabilità.
Ora, dopo la discussione odierna, sarà la Corte d’assise presieduta da Patrizia Ingrascì a valutare definitivamente l’ammissibilità e il peso della perizia all’interno del processo. Si attende l’esito delle prossime udienze per capire come questo elemento influirà sulla ricostruzione dei fatti e sull’eventuale sentenza.
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