In città si contano oggi trenta supermercati di media distribuzione e la loro concentrazione lungo le principali arterie di accesso sta sollevando interrogativi urbanistici e commerciali. È quanto emerge dall’analisi dei dati regionali e di Confcommercio Bergamo, che fotografano un fenomeno cresciuto negli ultimi dieci anni in modo meno esplosivo di quanto percepito, ma comunque capace di trasformare il volto delle periferie e delle ex aree industriali.
L’ultimo caso è quello di via Carducci, dove a gennaio ha aperto un nuovo punto vendita Lidl, il terzo della catena in Bergamasca, proprio accanto alla ex Città Mercato – oggi Conad – in un comparto oggetto di riqualificazione urbana. Ma quello a ovest del capoluogo è solo uno dei quadranti ormai “carichi” di supermercati: tra Curno, via San Bernardino, via Corridoni e Borgo Palazzo, si moltiplicano insediamenti di medie superfici commerciali che, pur restando al di sotto dei 2.500 metri quadrati, per vicinanza e densità ricordano veri e propri centri commerciali.
“Questi insediamenti si concentrano lungo le strade a maggiore visibilità e accessibilità”, spiega Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo a L’Eco di Bergamo, “perché un tempo qui sorgevano poli industriali dismessi che oggi sono stati riconvertiti”. Dall’Eurospin all’Aldi, dall’Esselunga al Md, le insegne si affiancano in una logica di agglomerato che richiede una riflessione urbanistica più ampia.
Il Comune, intanto, ha introdotto nuovi criteri nel Piano di Governo del Territorio (Pgt), come conferma l’assessore alla Rigenerazione urbana Francesco Valesini: “Abbiamo legato le autorizzazioni ai nodi infrastrutturali per compensare la normativa europea, recepita anche a livello regionale, che consente aperture con una certa facilità.”
E se il numero complessivo delle medie strutture (che includono anche negozi di elettronica, sport, arredo e moda) è in calo rispetto al 2014, sceso da 103 a 92, la superficie destinata ai supermercati alimentari è invece aumentata, passando da 22.260 a 23.434 metri quadrati in dieci anni. È quindi cambiata la composizione del comparto, non la sua reale dimensione, con un forte spostamento verso il food retail.
Fusini lancia l’allarme: “Bisogna evitare che si creino altri poli commerciali di medie dimensioni non controllati, che nella pratica funzionano come grandi centri, ma sfuggono alle normative più stringenti che regolano questi ultimi.” Anche la Regione Lombardia è intervenuta negli ultimi mesi, equiparando normativamente questi agglomerati a strutture maggiori.
E mentre le nuove aperture nei prossimi anni saranno limitate, almeno due sono già programmate: una in via Baioni, nell’ambito del recupero dell’ex Sace, e l’altra in via Moroni al Villaggio degli Sposi, dove sarà riconvertita l’area che oggi ospita la sede della società Aprica.
Le criticità non sono solo urbanistiche, ma anche commerciali e sociali. Le piccole attività di quartiere, una volta diffuse anche nei centri urbani, sono sempre più sostituite da catene della grande distribuzione, che attraggono per prezzi e comodità ma lasciano un vuoto nel tessuto commerciale locale. “Un tempo le medie superfici si trovavano sotto i palazzi nei centri storici, oggi lasciano spazio a ristoranti e pizzerie”, osserva ancora Fusini.
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