Un’agricoltura oltre il profitto
Nel contesto di una crisi climatica sempre più visibile e di un sistema agricolo ancora legato a logiche di sfruttamento intensivo, Slow Food propone un modello alternativo fondato su un’agricoltura in equilibrio con la natura e centrata sul benessere delle comunità. Il movimento, nato in Italia nel 1986, promuove un’alimentazione giusta, sana e sostenibile, respingendo la narrazione dello sviluppo illimitato e ponendo la biodiversità, l’educazione e l’attivismo al centro dell’azione ambientale.
Le reti tematiche: un sistema complesso e virtuoso
Slow Food sviluppa reti specializzate su settori chiave della produzione agroalimentare. Tra queste, Slow Mays si occupa della tutela del mais locale a impollinazione libera, mentre Slow Beans si dedica alla valorizzazione dei legumi, oggi cruciali nella transizione proteica. Slow Grains lavora con filiere di cereali antichi e trasformatori artigianali, mentre Slow Food dei Castanicoltori punta al rilancio della castanicoltura tradizionale nelle aree montane. A queste si aggiungono Slow Bees, dedicata alla salvaguardia degli insetti impollinatori, e Slow Fiber, che applica i principi del movimento al tessile e all’arredamento.
Un dialogo attivo con le istituzioni
Il movimento si muove anche sul piano politico. Slow Food Europe interagisce con l’Unione Europea per orientare le politiche agricole e ambientali. Tra i progetti di punta c’è anche la Migrants Network, che integra le conoscenze tradizionali di migranti provenienti da oltre 40 Paesi, contribuendo all’arricchimento delle comunità locali e alla diversificazione delle pratiche agroalimentari.
Assemblea nazionale 2024: le nuove sfide
Durante l’assemblea nazionale dell’11 e 12 luglio a Roma, 600 delegati da tutta Italia hanno definito le nuove strategie. È stato rilanciato il concetto di ecologia integrale, in cui l’essere umano è visto come parte della natura e non come dominatore. Si afferma la necessità di rallentare i ritmi di produzione e consumo, rivalutare la biodiversità come risorsa vitale e riconoscere al cibo un valore culturale, sociale ed educativo.
Le buone pratiche di Bergamo: un modello
Bergamo si distingue a livello nazionale per l’impegno nella transizione alimentare sostenibile. Ha vinto il bando europeo Horizon Food Trails, ottenendo 500.000 euro per l’educazione alimentare nelle scuole. L’università cittadina ha introdotto un menù green nella mensa, con un terzo dei piatti a basso impatto ambientale. Inoltre, con l’orto botanico e l’amministrazione comunale, è partito un progetto sperimentale per recuperare due antiche varietà di legumi locali, in risposta alla scarsa disponibilità regionale di legumi.
Il cibo come diritto e cultura
A Bergamo si promuovono anche il recupero dello stracchino delle valli orobiche, la valorizzazione del Mercato della Terra, e l’educazione alimentare come esperienza diretta. Il mercato settimanale si trasforma così in una vera aula a cielo aperto, dove bambini e cittadini imparano a conoscere il cibo dalla semina al consumo. Secondo il vicepresidente Raoul Tiraboschi, questo tipo di iniziative crea nuove opportunità economiche e un riconoscimento sociale per i produttori locali.
Un evento nazionale dedicato al diritto al cibo
Bergamo ospiterà dal 24 al 26 ottobre un evento nazionale dal titolo “Agricoltura e diritto al cibo”, unico in Italia, che confermerà il ruolo della città come laboratorio di politiche alimentari innovative. Un appuntamento strategico per definire modelli replicabili in tutto il Paese e affermare la centralità del cibo nel costruire un futuro più giusto e sostenibile.
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